I Dagomago, Best Arezzo Wave Band 2015, venerdì 16 ottobre rappresentano il nostro Paese e la musica emergente italiana al CMJ Music Marathon di New York – l’appuntamento americano punto di riferimento della musica indipendente internazionale; il gruppo si esibisce al Fat Baby di New York

 

Ecco la prima parte del loro diario di bordo "Pirati a New York"!

 

 

 Pirati a New York 1

 

«Siamo a New York» - ci siamo ripetuti. Appena usciti dall’aeroporto, con l’aria frastornata di chi è riuscito a dormire poco per l’eccitazione. Negli occhi un film su Brian Wilson dei Beach Boys, guardato durante il viaggio in un piccolo schermo incastonato sul sedile davanti, e la luce che da queste parti è proprio diversa e non si riesce a spiegare bene come.

 

Siamo carichi e abbiamo voglia di arrivare all’appartamento di Brooklyn, che abbiamo affittato seguendo il consiglio dei Boxerin Club, che ci sono stati due anni fa e che sono stati davvero gentili con noi. Con fatica ci tiriamo appresso i bagagli e gli strumenti e saliamo su un treno diretto a Jamaica Station. Pensiamo che è bello, per noi che siamo pirati, andare verso Jamaica Station, ci leggiamo dentro una piacevole coincidenza. Sul treno un tizio ci vede e ci chiede se siamo lì per suonare al CMJ, ci facciamo due chiacchiere e gli lasciamo uno dei nostri adesivi con la faccia di Valderrama sopra. C’è una ragazza di Palermo seduta vicino a Luca. Ci racconta che studia Giurisprudenza e che sta facendo un tirocinio in uno studio a Manhattan.

 

Camminiamo a fatica per Brooklyn, maledicendoci per non aver preso una navetta che ci portasse direttamente al 356 di Hancock Street. Un ragazzo vaga per il quartiere, cantando a squarciagola un motivo incomprensibile. La città è vecchia e sporca e c’è odore di cibo, ad ogni angolo, che sembra di stare in Europa. Te lo dimentichi quasi che c’è l’oceano lì a due passi. Infatti l’aria sembra quasi quella che respiri in un posto di mare e la temperatura è gradevole. Dicono che questo sia il periodo più bello per visitare la città.

Vediamo i bambini con le uniformi scolastiche che si rincorrono e qualche passante stanco, con l’aria avvilita. Ci sono i vecchietti che sono uguali in tutto il mondo, che attraversano lentamente la strada ai semafori e gli automobilisti che vanno di fretta gli inveiscono contro. In un piccolo negozio incontriamo un afroamericano, con un elmetto in testa; ci dice che lavora nei cantieri e che siamo innegabilmente più bianchi di lui; noi ridiamo, lui ci dice che siamo fratelli e ci mostra una Polaroid che lo ritrae con altri due ragazzi bianchi. «They’re my brothers too» - aggiunge. Gli diciamo che siamo italiani, che siamo una band e che siamo appena arrivati. Lui abbraccia Andrea, gli stropiccia i capelli e gli dice ridendo come un matto: «You’re Boy George, fucking motherfucker».

 

Tentiamo di stare svegli per fregare il jet lag e ci buttiamo sulla metro. Ci guardiamo intorno, cerchiamo gli sguardi complici di un’umanità che qui si esprime in tutta la forza delle sue differenze. Troviamo tanti sorrisi e gesti di complicità. Abbiamo gli occhi fatti per questo, anche se è tardi e li teniamo aperti a fatica. Facciamo i bravi e andiamo a dormire relativamente presto, domani abbiamo un sacco di volantini da distribuire.

 

Alla prossima!

Dagomago