I Dagomago, Best Arezzo Wave Band 2015, venerdì 16 ottobre hanno rappresentato il nostro Paese e la musica emergente italiana al CMJ Music Marathon di New York – l’appuntamento americano punto di riferimento della musica indipendente internazionale; il gruppo si è esibito al Fat Baby di New York

 

Ecco la quarta parte del loro diario di bordo "Pirati a New York"!

 

 

Pirati 4

 

Ci siamo svegliati con ancora addosso il formicolio adrenalinico della serata. Saremmo stati pronti a suonare subito, appena svegli, lì in camera da letto, con le lenzuola e gli occhi stropicciati.
Durante questi giorni l'appartamento si è trasformato. Quel caldo e accogliente bilocale in una tranquilla zona di Brooklyn si è riempito di strumenti, di cavi, di borse e valigie, asciugamani e vestiti. Sono lontani i tempi in cui qualche ragazzetto, viziato da manager e produttori, sfasciava impunemente camere d'albergo. O forse, a sentire recenti notizie, non sono poi così lontani quei tempi. Sicuramente lo sono da noi che abbiamo ben altro per la testa. E non è per fare la posa dei bravi ragazzi a tutti i costi, è semplicemente idiota.

 

Il giorno dopo il concerto ci muoviamo presto e usciamo in città, direzione Manhattan, per riportare gli strumenti che abbiamo affittato. Improvvisamente è arrivato l'inverno, con un vento gelido che sembra di essere in pieno dicembre. Ci stringiamo nei cappotti e ci affidiamo a zuppe e Chai Tea Latte per riscaldarci. Davide e Francesco ci aspettano a Union Square, vicino ai gruppetti di afroamericani che giocano a scacchi e a due pazzi esaltati che fanno numeri di breakdance. Ce ne andiamo verso Central Park. Attraversiamo Park Avenue e ci facciamo una lunga passeggiata nel parco. Ci sono le anatre, e ci viene in mente il Giovane Holden: "Sa le anitre che stanno in quello stagno vicino a Central Park South? Quel laghetto? Mi saprebbe dire per caso dove vanno le anitre quando il lago gela? Lo sa, per caso?" (J. D. Salinger, Il giovane Holden)

 

Che bella la curiosità, quante cose ti permette di scoprire, e quante persone e luoghi e suoni nuovi ti lascia scovare. È come giocare a nascondino con degli sconosciuti. Sconosciuti ovunque. Tanti almeno quanta la gente che calpesta queste strade o che sta seduta ad aspettare il treno della metropolitana, uno vicino all'altro.

 

Central Park è tranquillo, un immenso e verde angolo di pace in mezzo alla follia di Manhattan, con le foglie degli alberi che imbruniscono e il sole che lentamente scende, tingendo il cielo di un blu che diventa più scuro man mano che sali con lo sguardo, dalla cima degli edifici fino a guardare proprio sopra alla testa. Andiamo a vedere gli Strawberry Fields e il memorial dedicato a John Lennon. Facciamo un po' i turisti e ci fotografiamo vicino alla scritta "Imagine". Piaccia o non piaccia, quella canzone ha ancora oggi un senso forte, vivo e attuale.

 

Dobbiamo salutare Francesco e Davide, i nostri papà, che devono partire prima. Ci abbracciamo, ci battiamo sulle spalle e ci baciamo come italiani veri (ma non in senso patriottico o in versione Toto Cotugno). Poi camminiamo veloce per la città, saliamo e scendiamo dalla metro cercando di schivare il freddo pungente, e ci avviamo verso i Brooklyn Heights per guardare lo skyline al tramonto e compiere in maniera definitiva la nostra missione turistica. Ci arriviamo che ormai è tardi ed è già completamente buio. Niente tramonto cinematografico, ma lo spettacolo è davvero straordinario. Il ponte di Brooklyn, l'Empire State, la Freedom Tower e tutte le altre immagini da cartolina che celebrano lo stile di vita, l'opulenza e la ricchezza di questa terra di immense contraddizioni. Questi edifici che sono fino a prova contraria i monumenti della nostra epoca, quel panorama visto e rivisto mille volte, beh, per quanto scontato, ci ha lasciati a bocca aperta.


Che poi cos'è che, di fronte a un panorama, porta l'uomo a fermarsi a fissare l'orizzonte lontano, a meditare o anche semplicemente a perdersi nell'ammirazione? Che sia sempre la curiosità?

 

Alla prossima!
Dagomago