Società sostenibili: Mauro Buonaiuti

Sabato, 01 Giugno 2013 18:45

 

decrescita


La Grande Transizione. Dal declino alla società della decrescita


 

Uno spettro si aggira per il pianeta. È lo spettro della decrescita reale. Dopo la crisi iniziata nel 2008, con i milioni di nuovi disoccupati, la mancata ripresa dell'economia, il senso di precarietà e insicurezza sempre più diffusi, il sospetto che ci troviamo di fronte a qualcosa di più di una semplice crisi congiunturale sta cominciando a farsi strada. Qualche voce fuori dal coro parla esplicitamente di una "grande stagnazione" che starebbe colpendo Europa e Stati Uniti. Eppure i media continuano a diffondere messaggi rassicuranti : "i mercati finanziari sono sotto controllo", "la crescita ritornerà", "il motore del capitalismo è sano". Tutte le principali istituzioni economiche, per non parlare delle maggiori forze politiche, sia di destra che di sinistra, non riescono – e vogliono - infatti a pensarsi al di fuori dell'orizzonte della crescita. Ogni programma politico e ogni proposta di governo sono finalizzati a stimolare, o comunque presuppongono, un ritorno della crescita.

 

Ma se non fosse così? È possibile che l'età della crescita sia definitivamente conclusa? Il libro affronta questa ipotesi vagliando  un insieme articolato di evidenze provenienti da contesti disciplinari diversi e conclude che, effettivamente, le economie capitalistiche avanzate sono entrate in una fase di declino (o più propriamente di rendimenti decrescenti) iniziato attorno alla metà degli anni Settanta e che non esistono, al momento, ragioni per far pensare a una inversione di tendenza. Questo non significa che non sia possibile ritornare, nel breve periodo, agli esangui tassi di crescita degli anni precedenti la crisi (per le maggiori economie europee, in media, meno del 2% nel periodo 2000-2010). Vuol dire piuttosto che la fase espansiva che l'Occidente ha conosciuto dagli albori della rivoluzione industriale - e che è durata, seppur con andamenti alterni, grossomodo fino alla metà degli anni Settanta - si è conclusa e che ci troviamo in una nuova fase, caratterizzata da una riduzione dei tassi di crescita e sopratutto da una riduzione del benessere sociale.

 

Ma se le cose stanno così perché questo fondamentale cambiamento di prospettiva non emerge nel dibattito economico e politico? Le ragioni possono essere diverse: da un lato l'occultamento operato della statistica ufficiale,  dall'altro il fatto che la più parte degli studiosi e analisti - in primis gli economisti – sono privi di una prospettiva di complessità e ignorano, o sottostimano, i segnali provenienti da sistemi (come quelli biofisici e sociali) i cui andamenti non sono traducibili in termini di prezzi. Secondo le scienze della complessità, infatti, è il progressivo differenziarsi delle organizzazioni sociali (grandi imprese, burocrazie, istituzioni internazionali) che, oltre una certa soglia, determina una riduzione dei benefici inizialmente apportati dalla complessificazione stessa, cui si affianca un progressivo incremento dei costi non solo economici, ma anche sociali e ambientali. I dati ci dicono che sono aumentati, per esempio, i costi dell'energia e delle materie prime, contemporaneamente si è ridotto - da circa 100 all'inizio del XX secolo a circa 30 oggi - il rendimento energetico delle fonti fossili (cioè il rapporto tra l'energia utilizzabile e l'energia investita per ottenerla, EROI). Lo stesso vale per la produttività dell'agricoltura, della ricerca scientifica, dell'istruzione e del sistema sanitario, mentre in tutte le principali economie, indipendentemente dall’orientamento politico dominante, sono saliti i costi della burocrazia (con l’ipernormazione tanto diffusa nelle nostre società) e il debito pubblico. E questo non era mai avvenuto prima nella storia del capitalismo.

 

Dunque, mentre la decrescita (come progetto di società) è spesso ancora relegata da molti nel limbo delle utopie, la decrescita "reale" - cioè il declino delle società capitalistiche avanzate - si prospetta ormai come un fatto, con tutta la durezza e la sofferenza sociale inevitabilmente legate a questo questo processo. E' proprio questo declino, più degli imperativi morali e degli ammonimenti degli ambientalisti, che spingerà la società occidentale verso la “grande transizione”.