locandina

Che bella cosa, la serenità. A noi basta una contravvenzione stradale per metterci subito in agitazione, loro l'indaghi per corruzione e concussione in affari di milioni d’euro e subito si dicono sereni.


Loro, i politici di poltrona. Tanti di loro. Di quelli che a vario titolo rappresentano i partiti in ogni grado di potere amministrativo-legislativo-decisionale: dai comuni alle province alle regioni e su su fino a governo e parlamento.

E se non rappresentano qualche partito, sono magari infilati in qualcuno di quegli enti, tipo le fondazioni, che paiono fatti apposta per mungere soldi anche lì alla pubblica mammella.

Sospettati di puppare, trafficare, rubare, malversare, corrompere e fare concussione – stando almeno alle pubbliche accuse – appena un giudice li mette sotto inchiesta si dicono sereni. E non sono mica quattro gatti, le classiche mele marce nel cesto di pomi lucenti d’onestà. Già soltanto quelli giudicati colpevoli – quando le colpe non gliele abbia salvate la prescrizione – sono fitte schiere.

Gli altri chissà, magari qualcuno senza sospetti ci sarà. I sospetti nostri su di loro, i loro sospetti sui “colleghi” trafficoni. E se invece li sospettano, quei colleghi, e però stanno zitti, magari è per amor di quiete. O d’interesse di partito. O per il bene dello Stato.

Per la serenità di tutti, insomma.


e poi – piglia per esempio il caso di Lusi e della Margherita, o quello di Boni e della Lega – tutti a preoccuparsi di chi se li è messi in tasca, quei malloppi.
Del perché invece tutti quei milioni di pubblico finanziamento alla politica siano finiti, e continuino a finire, nelle casse di partiti che certo non ne avevano gran bisogno se l’investono all’estero come la Lega o non si accorgono nemmeno che gli sono spariti dal forziere come la Margherita, di questo invece non pare impensierirsi molta gente.

Ché dopo la prima Tangentopoli ci fu sì un vittorioso referendum popolare per eliminare il finanziamento pubblico ai partiti, ma subito arrivò il rimborso elettorale a lasciare tutto come prima ed anche peggio: dalla truffa di partito a quella di Stato. Di Parlamento, per la precisione. Dove i partiti fanno e disfanno a loro interesse e piacimento, oltre che a piacimento ed interesse di chi magari se lo è fatto apposta, un partito pronto alla bisogna.

E sul Parlamento non ci piove, pieno com’è di degnissime persone. Tanto degne che non penserebbero mai d’annullarsela da sé, quella pubblica greppia chiamata appunto rimborso elettorale. Così ricco da superare a tal punto le spese davvero sostenute, e così disponibile senza alcun controllo, che la pubblica opinione lo chiama più che altro ladrocinio. Di partito e di stato. Lo stato in cui si è ridotta una pubblica opinione che più che gridare al ladro non sa fare, e ai ladri e ai complici dei ladri continua pure a dargli il voto.

Quel voto che da fondamentale strumento di democrazia è divenuto il principale mezzo di mantenimento dei comitati d’affari in cui tanti partiti si sono trasformati.


E qualcuno la chiama anche mafia politica, tutta quella ragnatela di chi traffica e di chi partecipa, di chi sa ma agevola tacendo. Perché, come “le mafie per realizzare i loro affari hanno bisogno di commercialisti, operatori finanziari e bancari, amministratori e politici, notai, giuristi, insomma della cosiddetta zona grigia” (Giancarlo Caselli su “la Repubblica" dell’11 marzo, ed al suo elenco possiamo aggiungere anche qualche magistrato), così ai profittatori di partito fa gran gioco anche il silenzio di tanti – magari sedicenti garantisti – sulla convergenza fra interessi politici da una parte ed affaristici dall’altra, fra malapolitica e malaffare. Con tanti altri complici non solo di silenzio ma anche di tresche e di collegamenti attivi, di convenienze d’ogni tipo e d’ogni illegalità.

Fino a poter immaginare un concorso esterno in malaffare partitico, a somiglianza del reale concorso esterno in associazione mafiosa.

E se a negare la zona grigia dell'associazionismo in delinquenza organizzata è intervenuto addirittura quel sostituto procuratore generale della Cassazione che annullando la condanna di Dell’Utri ha appunto definito il concorso esterno in associazione mafiosa “un reato a cui non crede più nessuno”, per il concorso esterno in malaffare partitico basta continuare a non accorgersi che la sua bella zona grigia ce l'ha vasta e variegata anch'esso.