Eugenio Rodondi: Ocra

Sabato, 09 Maggio 2015 10:43

 

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"Ocra" è il secondo disco in studio del giovane cantautore torinese Eugenio Rodondi

 

 

 

 


è uscito il 17 febbraio 2015 per Phonarchia Dischi/Audioglobe con la produzione artistica di Nicola Baronti. Un lavoro che si è colorato di ocra già nel momento della scrittura dei brani. Un disco caldo, torrido, fatto di erba ingiallita al sole di agosto, il periodo in cui la cicala trova massimo giovamento pur essendo conscia di una morte imminente.

 

 

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E' ocra come la consunzione di un rapporto di coppia, ocra come la depressione che ci minaccia come una spada di Damocle, è ocra come ocra è il blues dei raccoglitori di pomodori nei campi del meridione. Ocra come il lavoro dell'impiegato, che si dimentica di tonalità più vivaci e non è in grado di assumersi una responsabilità che vada al di là del proprio dovere. Ocra come una generazione che ha paura di fare figli. Ocra perché è l'emblema contemporaneo in cui siamo immersi come in un acquario, un ocra che ci invita alla ricerca di una bombola di ossigeno, che ci possa allontanare dal marrone soffocante del fango autunnale, per spingerci verso il giallo della primavera che sta per arrivare. "Ocra è un disco che nasce dalla collaborazione tra Phonarchia Dischi e me - racconta Eugenio Rodondi -. Avevo delle canzoni abbozzate, chitarra e voce, che avrei a breve messo in un nuovo disco.

 

 

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Phonarchia mi ha contattato per provare a lavorare insieme ed io ho accolto con piacere la proposta. Ho dato le canzoni al produttore Nicola Baronti con una raccomandazione: «sugli arrangiamenti musicali hai carta bianca, l'importante è che non mi cambi le parole delle canzoni». La prima volta che ho ascoltato in studio i provini, la sensazione è stata quella di un deserto arido, mi sono trovato in un film di Sergio Leone, tra armoniche blues e cicale. Il titolo Ocra è nato in quell'istante, da quel momento per me quelle canzoni sono diventate giallo ocra, mentre prima avevano una tinta indefinita, c'erano pezzi verdi, altri blu, altri neri. Nicola è riuscito a dargli questa tinta unica, necessaria per un disco, riuscendo a unire cicale, mosche, generazioni in crisi e schiavi dei campi di pomodoro. E' stato poi necessario trovare dei musicisti per suonare il tutto, è un disco fatto a distanza, un po' suonato da musicisti degli Etruschi from Lakota, un po' dai Venus in Furs e un po' anche dalla mia band, che spesso ha fatto fatto avanti e indietro con me da Torino a Pisa. E' senza dubbio un disco che si distacca dal mio primo lavoro, sia come testi che come atmosfere, credo che questa evoluzione sia stata un elemento di crescita importante e indispensabile per un cantastorie come me."