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Slow-Fi 16 del 20 maggio 2014


La fattoria di Paterna, alle pendici del Pratomagno, fra l’antica strada dei setteponti - che marca i margini del vecchio lago pliocenico - e Valdarno, è stata una delle prime cooperative agricole nata dalle speranze di rivolta e di cambiamento degli anni settanta del secolo scorso. Intorno alla casa colonica, sono coltivati più di quindici ettari di terreno con vigneti, oliveti e ortaggi, a produzione biologica, da circa quaranta anni.


Nella nostra provincia sono presenti tantissimi agriturismi, molti corrispondono più ad un modello di ospitalità rurale e non tutti offrono spazi per passeggiare, conoscere le piante, raccogliere i prodotti di stagione. Paterna, al contrario, è un modello esemplare di agricoltura di presidio ed ecosostenibile, da questa esperienza e grazie a Marco, uno dei fondatori della cooperativa, è nato il Mercatale di Montevarchi, per la vendita diretta dai produttori ai consumatori e punto di riferimento per i gruppi di acquisto solidale.


Venerdì sera la fattoria è stato il luogo di un incontro organizzato da Libera sul tema della “religiosità della terra”, il titolo di un saggio presentato dal filosofo Duccio Demetrio, che ha fondato e dirige la libera università dell’autobiografia e la scuola di ecologia narrativa di Anghiari.


Il contesto in cui si è svolto l’incontro è stato ideale per creare uno spazio meditativo, lontano dal rumore della città, immerso nel verde e nei campi coltivati, e, nel silenzio, si potevano ascoltare i brusii ed i rumori di fondo del mese di maggio, il più vivace dei mesi dell’anno.  


Duccio Demetrio ha parlato della necessità di una fede civile per la cura del mondo, che possa accumunare credenti e non credenti, a partire dalla terra che, almeno fino a pochi decenni fa, si imparava a conoscere fin da bambini.


I contadini, una volta, “assaggiavano”, letteralmente, la terra e, successivamente, decidevano qualità e quantità delle concimazioni e delle semine. Poi questo rapporto si è perso, ha preso il sopravvento la chimica, si sono risolti i problemi di fame e di malattie endemiche, ma si è persa una dimensione dello spirito, il piacere di toccare l’inanimato dei sassi e delle argille, di percepire gli odori del suolo, di ascoltare i rumori della natura, di osservare gli uccelli che fanno da tramite fra il cielo e la terra.


L’infanzia metropolitana, oggi, è la più contagiata dalla mancanza del contatto con la terra ed è raro trovare una infanzia meravigliata dallo stupore che deriva dal contatto con la natura, per guardarla, sia quando fiorisce che quando avvizzisce.


La religiosità della terra, ha concluso Demetrio, “non è una devozione neopagana e nemmeno un culto. E’ un modo di sentire umano tra i più immediati e istintivi. E’ meraviglia, commozione, sgomento dinanzi al manifestarsi della natura in forme molteplici e discordanti: bellezza sublime, supremazia, indifferenza”.


L’incontro è proseguito con numerose testimonianze, di altri relatori e dei partecipanti.


Antonio era venuto apposta da Polistena, a rappresentare l’esperienza della cooperativa Valle del Marro – Libera Terra che ha strappato le terre abbandonate della piana di Gioia Tauro al nichilismo mafioso, per riportare un paesaggio boschivo e forestale nell’originario e fiorente paesaggio agricolo di una volta, per “aiutare la natura a raccontare il riscatto e la giustizia”, perché “la religiosità della terra – ha proseguito nella sua riflessione – è pratica (produce frutti), è estetica ed educativa ed è fonte di giustizia sociale”.


Ha rincarato la dose Daniele, dell’azienda agricola Sàgona di Loro Ciuffenna, uno che è passato dal social forum di Firenze del 2001, quando si gridava che “un altro mondo è possibile”, ad esperienze cosmopolite dal Chiapas all’Africa, fino a riapprodare al mondo del nonno mezzadro, “un altro mondo, né più bello, né più brutto, ma molto vicino alla terra, e a me piaceva annusava, soprattutto il venerdì - il giorno dei fagioli - la contadinità”. Ha chiuso il suo appassionato intervento così: “quando uno smartphone ha più appeal di un pomodoro è un casino!


Dopo di lui Marco, con la sua esperienza sulla diffusione degli orti, un anziano ex-mezzadro dei Pianacci di Bucine, ancora dispiaciuto per la scomunica ricevuta da comunista negli anni cinquanta, mentre si batteva per la terra e migliori condizioni di vita nelle campagne; poi Giordano di Reggello che ha scelto di fare il contadino e ha ripreso a fare il grano che nasce con i fiordalisi.


Tanti interventi proiettati all’amore per la terra, ad una religiosità che può diventare fede civile, responsabilità collettiva e personale, che condivido, da non credente, perché battersi per il cambio di paradigma, sostenendo solo obiettivi politici, come il passaggio alle fonti rinnovabili, all’agricoltura biologica e alla manutenzione del territorio, non serve a niente se non si recupera questo rapporto spirituale con la natura, il paesaggio e l’ambiente, cioè con la terra.

 

Giovanni Cardinali, Slow-Fi


(nel disegno il logo della fattoria di Paterna, gc)