locomotiva a vapore

 

Slow-Fi 17 del 3 giugno 2014


Una vecchia locomotiva ha sbuffato, tutto il giorno, domenica, in Valdichiana.


Viene chiamata “la Signorina” perché molto elegante e raccolta, costruita dalle Officine Breda nel 1909.


Una signorina ultracentenaria, una delle macchine a vapore che i volontari del Dopolavoro Ferroviario di Arezzo hanno a disposizione per il “Treno dei sapori”, un programma di tempo libero per assaporare storia, gastronomia, arte e natura nelle valli aretine, utilizzando una delle ferrovie più belle della Toscana, a semplice binario, da Arezzo a Sinalunga e da Arezzo a Stia in Casentino.

 

L’evento di domenica è stato più esaltante del solito. Gli amici della bici hanno “collaudato” una carrozza speciale, un vecchio carro merci del secolo scorso. FIAB, in collaborazione con il Dopolavoro ferroviario, ha progettato un sistema per il trasporto bici in questo carro merci, abili ferrovieri hanno prima ripulito e restaurato i componenti in ferro e in legno e, successivamente, hanno adattato l’interno con agganci e fermi per l’alloggiamento di trentadue di biciclette di ogni tipo.

 

Così, subito dopo pranzo, alla stazione centrale di Arezzo, primo binario, un bel convoglio, dominato da una nerissima e lucida macchina a vapore modello 640 e costituito da carrozze passeggeri storiche denominate “cento porte”, era in attesa dei ciclisti che si erano prenotati per una gita classificata “facile”, cioè alla portata di tutti, genitori con bambini e ciclisti urbani non abituati a lunghe percorrenze.

 

Concluse le operazioni di deposito bici e di salita dei passeggeri in treno, “la Signorina” ha iniziato a invadere di nerofumo e di vapore la stazione, quindi ha fatto partire il convoglio; all’interno delle vetture si sentiva bene il ritmo degli stantuffi e l’alternarsi del sistema a biella/manovella che dà il moto circolare alle enormi ruote di ferro;  grandi scossoni, in uscita dagli scambi, facevano traballare i passeggeri non abituati ai sedili di legno delle vetture di terza classe.

 

La vettura di prima classe non differisce molto da quelle odierne, salvo il portellone in mezzo allo scompartimento, nelle vetture di seconda e terza classe ad ogni coppia di sedili e sovrastante portabagagli, sempre in legno, corrisponde una porta con scalini all’esterno adatta per uscite solo acrobatiche.

 

Il viaggio fra Arezzo e Monte San Savino, con fermate intermedie alle stazioni di Pescaiola, S. Giuliano, Badia al Pino-Civitella, è stato indimenticabile, soprattutto per chi lo faceva la prima volta, ed è stato emozionante vedere la gente alle stazioni e ai passaggi a livello che salutava con la mano e il macchinista, in risposta, faceva scattare il classico fischio a vapore assieme a sbuffi di fumo nero e puzzolente dal camino.

 

Il panorama della Valdichiana e delle colline circostanti era di un verde intenso, interrotto da macchie gialle di ginestra, e la lunga scia dei fumi della locomotiva oscurava il cielo azzurro e le poche nubi presenti.

 

Durante il viaggio, sia in andata che in ritorno, dopo una bella gita in bici che ha raggiunto Uliveto, mi sentivo in contraddizione con me stesso e incoerente: il bilancio energetico e ambientale di questa gita è stato assolutamente negativo, la fuliggine di carbone sollevata dal treno in velocità e il volto annerito dei miei amici ferrovieri mi ricordavano epoche tragiche, però questa trasgressione ai miei principi mi ha dato l’opportunità di assaggiare il secolo, e oltre, della prima rivoluzione industriale.

 

E’ stato il secolo del carbone e dell’utilizzo sfrenato di energia da combustibili fossili dal quale ancora non riusciamo a venirne fuori. Ma questi pensieri un po’ cupi sono scomparsi quando, particolarmente euforico e divertito, scherzando con i compagni di viaggio, ha preso il sopravvento il ricordo di film, libri e canzoni su treni e locomotive del passato...


…a partire dal primo film muto dei fratelli Lumiere quando appare una locomotiva in primo piano sullo schermo e gli spettatori spaventati fuggono dalla sala, oppure il Dottor Zivago al finestrino del treno, in una notte glaciale, mentre si affaccia sulla tundra innevata e pensa a Lara, … e Anna Karenina con i suoi treni tragici.


Come non ricordare Corto Maltese, in viaggio lungo i freddi binari della transiberiana, due anni dopo la rivoluzione russa, sulle tracce del tesoro dello zar, sferzato dal vento gelido dell’inverno più aspro. Ma più di tutti ho ricordato “C’era una volta il west” di Sergio Leone, immenso poema epico sulla fine di un'epoca: la locomotiva che avanza, man mano che vengono costruiti i binari, rappresenta la nuova civiltà che è destinata a spazzare via in poco tempo il West e la sua epopea, i suoi scenari selvaggi e i suoi personaggi rudi e solitari.  


Per finire un film del 1999, “Train de vie”, un treno per la vita: per sfuggire ai tedeschi, tutti gli abitanti ebrei di un villaggio rumeno organizzano un falso treno di deportazione, ricoprendo tutti i ruoli necessari, gli ebrei fatti prigionieri, i macchinisti, e anche i nazisti in divisa. Così riescono a passare diversi confini e a sfuggire allo sterminio.


E non solo film ma anche canzoni: "come i treni a vapore, di stazione in stazione…” di Ivano Fossati  e  Francesco Guccini:  "la locomotiva sembrava fosse un mostro strano, … sembrava avesse dentro un potere tremendo, la stessa forza della dinamite, … Ma un' altra grande forza spiegava allora le sue ali, parole che dicevano "gli uomini son tutti uguali" e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via la bomba proletaria e illuminava l'aria la fiaccola dell'anarchia, …"

 

Scusate se non è poco, il giorno dopo una sfilata militare, in perfetto stile novecentesco e alla presenza di un presidente del consiglio abituato a portare una divisa fin da piccolo.


Giovanni Cardinali, Slow-Fi