acquedotto vasariano3

 

Slow-Fi 18 del 17 giugno 2014


Abbiamo un dissesto idrogeologico che arriva alle periferie delle città, in un ambiente agricolo e forestale irriconoscibile, abbiamo i fondovalle cementificati da piazzali, ipermercati, multisala, case non occupate e capannoni sfitti da anni, abbiamo piccoli paesi collinari e montani senza più servizi postali e botteghe, chiese e canoniche con tetti pericolanti e cedimenti strutturali che ramificano le proprie lesioni fino ad interessare preziosi affreschi e sculture.


E’ tutto visibile, tutto evidente, tutto denunciato da tempo.


Non sono rinviabili la manutenzione del territorio, l’agricoltura di presidio, la necessità della “rigenerazione” delle periferie urbane, la messa in sicurezza di scuole e di luoghi di culto in zone ad alto rischio sismico, e, soprattutto, una politica urbanistica a sviluppo edilizio zero perché l’ambiente costruito per abitazioni ed altri usi supera di gran lunga le necessità di una popolazione ormai stabile o quanto meno a basso tasso di crescita.


Nei centri storici dovrebbero ritornare gli artigiani, abili nel riuso di oggetti destinati altrimenti al rifiuto, conciliando il rispetto delle normative di sicurezza con la possibilità di fare produzioni di qualità, le città hanno un disperato bisogno di infrastrutture per la mobilità dolce per l’aumento crescente di cittadini che si muovono a piedi o in bici.


Non fa più notizia, è un dato acquisito che le grandi opere hanno contribuito ad amplificare la corruzione e lo sviluppo di attività mafiose ben oltre i luoghi storici della criminalità organizzata, fino ad arrivare anche nella nostra provincia.


Contro questa follia sparute minoranze stanno sostenendo da tempo l’ineluttabilità di un cambio di paradigma, orientato ad una vita più sobria, alla scelta di una nuova politica industriale ed energetica rispettosa dell’ambiente, con l’indirizzo di conciliare le migliori tradizioni del passato con le nuove tecnologie un po’ in tutti i settori … ma il messaggio non passa, la riconversione ecologica è ben lungi dall’essere socialmente accettabile.


Negli anni Sessanta, dichiara un contadino e filosofo che cito spesso nelle mie trasmissioni, Pierre Rabhi, per liberarsi dalle fatiche della terra “l’Europa ci proponeva un modello glorioso, grandioso. Qualcosa che ci prometteva di cambiare in meglio le nostre vite … tutto fondato sull’uso del petrolio e, in realtà, il bilancio tra lo sfruttamento delle risorse e ciò che si è prodotto è stato negativo. Su questo paradigma illusorio si è costruito poi un grande malinteso, perché ora tutti i popoli dei Paesi emergenti vogliono fare come noi, ma non ce la potranno fare”.


L’urbanizzazione ha creato un universo limitato e tutti si sono dovuti adattare, ma in quell’universo non c’è più il fondamento della vita. Abbiamo creato un mondo parallelo senza natura e ora la gente non la comprende più.


Faccio parte di una minoranza che alimenta uno dei tanti focolai di resistenza al degrado e alla disumanità e sono orgoglioso di parlare a questa radio, che, con difficoltà, affronta quotidianamente i temi principali del cambio di paradigma. Sabato scorso ho risposto indignato ad una telefonata di Fabio che mi chiedeva un parere sull’intenzione della Diocesi di Arezzo, avallata da una richiesta di variante urbanistica al Comune, di costruire, nell’area compresa fra l’acquedotto vasariano e il cimitero monumentale, altri palazzi, piazzali e infrastrutture viarie, senza peraltro prevedere demolizioni di volumi equivalenti e conservare la permeabilità dei suoli.


Per fare cosa? Un nuovo centro parrocchiale come se nelle vicinanze non esistessero numerose altre chiese, complessi religiosi, monastici, centri di aggregazione sociale e impianti sportivi.


Sono nettamente contrario da più punti di vista e, dal punto di vista di Pierre Rabhi, intervistato ieri da Carlo Petrini,  per la campagna sui diecimila orti in Africa:  è molto meglio utilizzare quelle aree incolte alla periferia della città, per farci degli orti sociali e portarci i bambini della scuola dell’obbligo e affascinarli, concretamente, al mistero della natura e della vita.


Infine da un punto di vista mio personale, molto particolare, quello del ciclista urbano, voglio ricordare che, mentre si progetta queste nuove opere che ritengo ridondanti rispetto alla disponibilità di edilizia esistente da recuperare e riqualificare per gli stessi usi, mentre si pensa a nuove infrastrutture viarie in un contesto paesaggistico unico,  la nostra città ha altre priorità, non dispone ancora di una rete ciclabile realmente funzionale e ben segnalata, di idonei servizi per la mobilità lenta e l’accessibilità sicura alle scuole, ha una stazione ferroviaria che fa schifo, non in grado di accogliere degnamente viaggiatori e viandanti, infine. questa città,  non ha ancora risolto la prevenzione dal rischio di allagamenti delle aree altamente vulnerabili ai piedi delle colline.


C’è una battuta nell’opera di Bertold Brecht in cui si narrano le vicende di un povero mugnaio che si batte contro l’imperatore per un torto subito che oggi mi piace ricordare:  “Ci sarà pure un giudice a Berlino?

 

Giovanni Cardinali, Slow-Fi