un tratto da

 

Slow-Fi 22 del 30 settembre 2014

 

Oggi descriverò la terza tappa del mio viaggio in bicicletta lungo l’itinerario della francigena sud, da Benevento a Roma, fatto nella seconda settimana di settembre.


Quando nel tardo pomeriggio dell’11 settembre ci siamo fermati a Cassino avevamo già macinato oltre 140 chilometri dalla partenza, per alcune ore sotto l’acqua.


La mattina del 12, giovedì, sveglia alle sette e, dopo aver fatto la ricca colazione del ciclista con immancabile ed abbondante frutta secca, pane abbrustolito e marmellata, verso le otto e trenta abbiamo prelevato le biciclette all’interno di un capannone vicino all’albergo, montati i borsoni nel portabagagli posteriore, siamo ripartiti in direzione di Fiuggi, prendendo una strada provinciale a modestissimo, quasi nullo, volume di traffico veicolare. Una buona ciclovia perché in parallelo, a pochi chilometri di distanza, è presente una strada cosiddetta “a scorrimento veloce” che collega la cittadina di Sora a Frosinone, è incredibile notare quante strade sono state costruite nel sud, soprattutto nel secondo ventennio del secolo scorso, alcune veramente inutili e a scopi esclusivamente clientelari, per esaltare l’importanza del notabile e del parlamentare del posto.


Ma non tutto il male viene per nuocere, tante superstrade, completate o costruite per spezzoni, spesso senza alcun rispetto del paesaggio circostante, hanno lasciato libere dalle auto tante stradine secondarie che oggi si prestano al cicloturismo e alla mobilità dolce, come è il caso della provinciale che da Cassino porta alla cittadina di Atina, in piana Ciociaria, dove arriviamo verso le 11, sempre accompagnati da un gruppo di amici di Cassino che, non a caso, portano magline del gruppo ciclistico di appartenenza: ora et labora.


Il bello delle bicistaffette FIAB è proprio questo: il gruppo dei cicloturisti provenienti un po’ da tutta Italia, in alcuni casi con amici di altre federazioni europee interessati ai percorsi Eurovelo, in ogni tappa è accompagnato da ciclisti locali, così è più facile individuare gli itinerari, scoprire e farsi descrivere luoghi insoliti e sconosciuti, fare nuove amicizie e intessere contatti con le comunità locali.


Il turismo dolce è un turismo di relazioni e non può essere scappa e fuggi.


Prima di arrivare ad Atina, definita “città di Saturno”, occorre fare il passo di Capodichina percorrendo una strada in salita, adiacente ad una vecchia mulattiera denominata “sferracavalli” dalla quale si nota un bellissimo piccolo centro abitato arroccato alle pendici di una montagna che, non a caso, si chiama Belmonte Castello.


Oltre questo passo siamo nella fiorente Valle del Liri e avvicinarsi ad Atina, prima in discesa poi in leggera salita, senza incontrare auto in piena mattina, è veramente emozionante. Siamo a qualche decina di chilometri, circa 45, da Pescasseroli, se il nostro obiettivo non fosse raggiungere Roma entro domani, verrebbe la voglia di pedalare verso il parco nazionale dell’Abruzzo.


Dopo una breve sosta ad Atina con visita ad un meraviglioso centro storico, il gruppo è ripartito verso Sora ed Isola del Liri.

 

Poco prima di arrivare a Sora ci ha sorpreso il solito temporale ma, da qui a Isola del Liri, abbiamo percorso una ciclovia a fianco di un affluente del Liri, il Fibreno, anch’esso come tutti i corsi d’acqua di abbiamo incontrato a partire dal Sannio, ricco di acque chiarissime e rigogliose.


Il massimo dello spettacolo si ha ad Isola del Liri, così denominata perché il fiume circonda la città vecchia da tutti i lati ed è presente una stupenda cascata visibile dalla piazza centrale, dove ci siamo fermati per la sosta pranzo e l’immancabile incontro con amici del posto.

 

Il bello, veramente bello ed indimenticabile, è avvenuto a 20 chilometri dopo Isola del Liri, pedalando per diversi saliscendi, la via francigena ci ha portato all’Abazia di Casamari, fondata dai Benedettini nell’anno Mille, rimase loro solo un secolo. Nel 1140 infatti passò all’ordine dei Cistercensi che la resero uno dei più importanti centri religiosi, artistici e culturali dell’Italia Centrale. Abbiamo passeggiato nel chiostro che rimanda ad un mondo di meditazione e quiete lontano dei secoli, che affascina comunque e sempre il miscredente che è in me.

 

In direzione di Alatri, percorrendo una stradina secondaria, è avvenuto un piacevole incontro: in aperta campagna, da una casolare è uscita una signora che, dopo averci chiesto chi eravamo e dove stavamo andando, è rientrata in casa, ha chiamato altri famigliari e tutti quanti sono usciti con un bel vassoio di dolci da offrire a tutti noi, pellegrini e viandanti in bicicletta.

 

Alatri si raggiunge con una strada piuttosto trafficata, la cittadina è nel cuore della Ciociaria, nel bacino del fiume Sacco, ancora un altro fiume importante dopo aver attraversato il Calore, il Volturno e il Liri. La bicistaffetta non aveva previsto una sosta in questo posto che si raggiunge salendo fino a 500 metri di altitudine. Mi è dispiaciuto perché il centro, al culmine della collina, è molto interessante ed è circondato da una lunghissima cerchia di mura ciclopiche, prima di arrivare, non senza fatica, in cima, si percorre una serie di tornanti circondati dalla speculazione edilizia, grandi casermoni o brutte villette a schiera con enormi striscioni con la scritta “vendesi appartamenti”.


Mi è venuto in mente un libro di Marc Augé, letto nel 2004, sulle rovine dell’antichità e le macerie della modernità: “Le macerie accumulate dalla storia recente e le rovine nate dal passato non si assomigliano. Vi è un grande scarto fra il tempo storico della distruzione, che rivela la follia della storia (le vie di Kabul o di Beirut), e il tempo puro, il tempo in rovina, le rovine del tempo che ha perduto la storia o che la storia ha perduto”. (pag. 135 di "Rovine e Macerie, il senso del tempo", ed. Bollati Boringhieri)

 

Fiuggi sarà raggiunta a buio, ma lo racconterò nella prossima puntata, l’ultima di questo diario di viaggio che sabato 13 settembre è finito a Roma.


Giovanni Cardinali, Slow-Fi