Slow-Fi

In onda su Radio Wave la rubrica ecosostenibile di Giovanni Cardinali

 

Contatti:
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Va in onda su Radio Wave International il martedì alle ore 9:45 e in replica alle 13:45.

'Slow-Fi', la rubrica ecosostenibile a cura di Giovanni Cardinali. 25 marzo 2014

Giovedì, 27 Marzo 2014 12:25

Galileo da Cosimo dei Medici

 

Slow-Fi 9 del 25 marzo 2014


Mercoledì scorso ho partecipato all’assemblea ordinaria dell’ordine professionale al quale sono iscritto, quello degli ingegneri, non partecipavo da anni, la mia iscrizione non è mai stata una adesione convinta ma un passaggio obbligato per essere abilitato al collaudo di opere in cemento armato.


Gli ordini professionali non hanno mai goduto di buona reputazione, sempre arroccati a difendere i privilegi degli iscritti,  non hanno impedito che i servizi resi dai professionisti, a cittadini e pubblica amministrazione, non fossero legati alla concorrenza e alla competenza, e si è sviluppato un sistema clientelare di incarichi dove il sistema dei partiti ha agito indisturbato, provocando sprechi economici e dissipazione di energie intellettuali.


La crisi, però, ha colpito anche questa categoria, proprio all’assemblea degli ingegneri ho appreso che il 10-15% dei soci non paga più la quota associativa annua (120 euro l’anno) e risultano morosi. Un dato impensabile solo qualche anno fa in una componente importante di quello che una volta si chiamava “ceto medio”; oggi, un giovane ingegnere fa fatica a trovare un lavoro o è costretto a lavorare sottocosto negli studi dei professionisti più anziani, spesso in condizioni di lavoro nero e di sfruttamento in termini di orari.  


La maggior parte di loro, se non la totalità, è oggi sottoccupata. Altri se ne sono andati via dall’Italia. Non parliamo dei tanti giovani in possesso di diplomi di laurea di altro tipo, ancora più svantaggiati. Si tratta di una immensa risorsa intellettuale che, dopo tanti sacrifici delle famiglie per gli studi, viene sprecata.


Nel frattempo gli economisti che consigliano gli uomini di governo, o sono loro stessi chiamati a governare, continuano a macinare ricette per superare questa crisi, spesso cambiando idea sui giornali dove scrivono, senza alcun ritegno e pudore, “senza raccontare – come scrive Guido Viale sul Manifesto di sabato – quello che veramente pensano, perché non riescono ad uscire dalla gabbia concettuale in cui li imprigiona la loro disciplina, ormai assunta al rango di pensiero unico, senza più distinzioni fra destra e sinistra”.


Guido sostiene che solo con l’abbandono del pensiero unico sul “mercato che si autoregolamenta”, cioè solo con un cambio di paradigma nell’economia e con un forte virata verso la riconversione ecologica si può superare la crisi; ed è chiarissimo in questo articolo quando ricorda i precedenti storici sul conflitto che aveva spinto la Chiesa Cattolica e l’inquisizione a mandare al rogo Giordano Bruno e a imporre una ritrattazione a Galileo Galilei per difendere una concezione dell’universo funzionale alla immutabilità del potere gerarchico.


Nella “Vita di Galileo” di Bertold Brecht c’è un passaggio, al terzo atto, di singolare intensità drammatica.


Nel 1609 Galileo insegna matematica a Padova e  viene in contatto con il cannocchiale, inventato in Olanda l’anno prima, e lo perfeziona per usarlo nelle sue osservazioni astronomiche. È grazie a questo strumento che giunge alla sua prima grande scoperta, e cioè l’esistenza dei quattro satelliti di Giove. Non tutto ciò che si trova in cielo, quindi, ruota intorno alla Terra. Giunto a Firenze alla corte di Cosimo de’ Medici, Galileo è desideroso di presentare al Granduca il cannocchiale, e con esso le sue scoperte. Ma gli aristotelici con cui si scontra spostano la disputa su un piano puramente filosofico e, mostrando il loro disprezzo per le prove sperimentali, si rifiutano addirittura di guardare attraverso il telescopio.


Galileo esorta il filosofo e il teologo di corte con un appello finale:


Signori, una cosa è credere all'autorità di Aristotele, e un'altra cosa sono i fatti, i fatti che si possono toccar con mano. Voi dite che, stando ad Aristotele, in cielo esistono le calotte di cristallo, e perciò certi movimenti non possono darsi, perché le stelle dovrebbero perforare le calotte. Ma che direste se, quei movimenti, poteste constatarli? Forse arrivereste a concludere che non c'è nessuna calotta. Signori, ve ne prego in tutta umiltà: prestate fede ai vostri occhi!


L’invito non viene accolto e addirittura si contesta che i satelliti non siano reali ma disegnati sulle lenti: non si può mettere in dubbio la perfezione della sfera celeste e, con essa, quella dell’ordine sociale!


Con il tempo Galileo avrà ragione e, oggi come allora, conclude Guido Viale, “ci vuole una scienza nuova … una scienza come quella con cui Galileo aveva fatto piazza pulita dell’universo tolemaico, … una visione del mondo alternativa e una prospettiva radicalmente diversa da quella concezione tolemaica del mercato come risolutore di ultima istanza dei nostri problemi che ci sta condannando tutti al rogo.”


Guido Viale è uno dei garanti della lista TSIPRAS per l’Europa.

 

Giovanni Cardinali, Slow-Fi

 

Leggi tutto...

'Slow-Fi', la rubrica ecosostenibile a cura di Giovanni Cardinali. 18 marzo 2014

Martedì, 18 Marzo 2014 17:01

colline intorno alla Val Padonchia

 

Slow-Fi 8 del 18 marzo 2014


Il paesaggio italiano era, in parte lo è ancora, fra i più belli del mondo. La bellezza della campagna, delle coste, e delle montagne si integra con un patrimonio storico, archeologico ed artistico immenso che non ha paragoni in altre nazioni e contesti geografici.


Eppure questo paesaggio straordinario è in rovina, veniamo informati da fatti eclatanti come i continui crolli nel parco di Pompei o della rupe di S. Leo, ma altri fenomeni di degrado e abbandono più modesti ma diffusi sono osservabili accanto a noi, mi riferisco allo stato dei corsi d’acqua, dei terrazzamenti tipici delle colline toscane, dei boschi e dei campi senza più alcuna presenza attiva dell’uomo che, nel corso dei millenni, aveva modellato e dato un’identità ben precisa ai luoghi.


Appena avviene un dissesto si grida subito allo scandalo e, dopo, ci si dimentica che per evitarlo sarebbe bastata l'applicazione di un principio elementare, anzi di un istinto antropologico, quello della conservazione, senza invocare emergenze costose e impotenti.
La cura costante del nostro territorio è la miglior garanzia per la tutela del paesaggio.


Italia Nostra, la prima associazione ambientalista italiana fondata negli anni cinquanta del secolo scorso da Antonio Cederna, ha sempre considerato la manutenzione del territorio, cioè la più grande opera pubblica che si possa immaginare, come “uno degli strumenti attraverso i quali ogni donna e ogni uomo diventa cittadino della propria comunità e la linea che unisce l'uomo al proprio habitat è di forma circolare, all'interno di questa forma c'è il rapporto di scambio indispensabile alla sopravvivenza di entrambi.


Sopravvivenza anche economica, la cura è lavoro e opportunità, laboratori di messa a punto di tecniche nuove e antiche in cui un anziano contadino che cura il proprio campo pulendo i fossi e terrazzando il terreno si possa confrontare con un giovane laureato, entrambi consapevoli di stare lavorando ad un progetto unico.”  


Di conseguenza “la pratica della tutela e della manutenzione non è una scelta di partito è un'istinto di civiltà”, … e  la politica dovrà solo trovare il modo migliore per renderlo manifesto ed operativo.


Ma quale politica? I più grandi partiti, guidati da tre singolari personalità, compreso un noto e ricco pregiudicato, sono diventati agenzie di marketing elettorale, macchine di potere e carriere personali. Ognuno di essi premia, anche nella periferia, i caratteri geneticamente dominanti della capacità di manovra e di conquista.


Cosa resta, per esempio, dentro il Partito Democratico della cultura trasmessa da un testo come “Storia del paesaggio agrario italiano”, scritto nel 1961 da Emilio Sereni, militante del PCI, 15 anni nelle carceri fasciste, esule all’estero, ministro e senatore per un breve periodo dopo aver partecipato alla Resistenza?


Se vogliamo salvare il paesaggio, anche in minima parte, dobbiamo oggi contare su benemerite Associazioni di Volontariato e su tanti Comitati che, con molti limiti e approssimazioni, sorgono qua e là nel territorio. Non abbiamo alternative.


Partendo da queste considerazioni faccio un appello a partecipare alla Giornata di Primavera del FAI, domenica 23 marzo, dedicata a Monterchi, alle sue pievi e al suo territorio, con la partecipazione di giovanissime guide, in esercitazione pratica per un futuro lavoro nel settore del turismo culturale.


Gli amici della FIAB organizzeranno una ciclo escursione con ritrovo a Palazzo del Pero e, dopo aver percorso la strada statale dismessa fino a Le Ville, pedaleranno in una strada vicinale lungo il torrente Cerfone, per arrivare al parco fluviale della frazione di Mercatale sul quale incombe la collina di Monterchi.


Quindi visiteremo una delle più belle valli interne dell’Italia Centrale, la Val Padonchia, attraversando un paesaggio di grande qualità dove il carattere preminente è la straordinaria articolazione delle strutture orografiche, l’alternarsi di colline e vallecole frutto di tormentate vicende geotettoniche – in questa zona c’è stato l’epicentro di un forte terremoto nel 1917 – e ancora presidiate dall’uomo con una sapiente attività agro-forestale.


L’escursione comprenderà anche visite guidate a beni artistici, tra cui la Pieve di San Michele Arcangelo di Padonchia, chiesa paleocristiana risalente al VII – VIII secolo.


Al rientro verso Monterchi faremo una sosta alla MADONNA DEL PARTO, il capolavoro di Piero della Francesca, e al MUSEO DELLE BILANCE, una eccezionale raccolta di bilance, stadere, bascule, pesi, che consentono di ripercorrere cinque secoli di storia della ponderazione italiana e straniera.


Si parte e, dopo un pranzo al sacco, si ritorna in bicicletta, simbolo di futuro, oggi come a fine Ottocento.

 

Giovanni Cardinali, Slow-Fi


Leggi tutto...

'Slow-Fi', la rubrica ecosostenibile a cura di Giovanni Cardinali. 4 marzo 2014

Martedì, 04 Marzo 2014 16:12

mani che si incontrano

 

Slow-Fi 6 del 4 marzo 2014


Alcuni giorni fa ho passato un paio d’ore in questura, accompagnavo Rodika per una pratica burocratica relativa al permesso di soggiorno. Definire Rodika una “badante” non corrisponde alla sua vera qualifica. Rodika ha 46 anni, prima di entrare in Italia, nel novembre del 2010, proveniente dalla città di Chernovtsy in Ucraina,  “una piccola Vienna” per il suo passato austro-ungarico, era una infermiera professionale con un diploma equivalente alla nostra laurea triennale.


Nel 2011, terminato il permesso di soggiorno di tipo turistico, il cosiddetto “datore di lavoro”, tramite amici, ha iniziato un lungo iter per regolarizzare la sua presenza in Italia, dapprima con una dichiarazione di emersione dal lavoro irregolare, poi, pagando importi non modesti all’INPS e sottoscrivendo una serie di domande alla Prefettura.


Rodika si è sottoposta ad una serie di accertamenti per ottenere un visto su un regolare passaporto, senza pagare i mafiosi che gestiscono i transiti nel paese di origine e non essere considerata una clandestina.


In questa procedura burocratica, dove non mancano timbri, fotoidentificazioni, rilievo delle impronte digitali, verifica meticolosa di date e di di versamenti su bollettini prestampati, … per alcuni mesi, a un certo punto, dato che tardava il rilascio del permesso di soggiorno, ho chiesto informazioni in Prefettura e sono stato avvisato che la pratica era stata archiviata per un disguido da chiarire con l’Ufficio Immigrazione.


Ecco perché ho passato un paio d’ore in questura.


Rodika, quando siamo arrivati stavano trattando il numero 8 e noi avevamo staccato il numero 35. Ci siamo accomodati in una sala d’aspetto molto accogliente e ben organizzata, in mezzo a tanta gente di tutti i colori e le razze, tutti protesi verso il pannello elettronico che scandiva la disponibilità degli sportelli. Accanto a me e Rodika, due giovani donne arabe, una velata, l’altra no, con due bambini piccoli in carrozzina, molti africani, altra gente dell’est, passando dal biondo dei capelli e bianco latte della pelle al riccio crespato e nero intenso.


Quando è arrivato il nostro turno, mi sono avvicinato allo sportello con questa donna che aveva gli occhi della paura e della stanchezza, abbiamo spiegato insieme quello che ci appariva come un errore burocratico e un impiegato gentile, con la divisa della polizia di stato, ci ha pregato di attendere. Nel frattempo allo sportello accanto un giovane africano, alto e distinto, cercava di spiegare all’impiegata la propria situazione, l’italiano non era dei migliori, ma quando ha esordito  in inglese forbito e in francese, l’interprete italiana è riuscita a far capire tutto.


Quando è rientrato l’impiegato addetto alla nostra  pratica siamo stati rassicurati che tutto era a posto, si era trattato solo di una “svista” nel passaggio degli incartamenti da un ufficio all’altro.


Rodika si è avviata alla stazione raggiante, durante l’attesa, mi aveva parlato della sua famiglia, il marito agronomo, con lavoro ad intermittenza, due figli che lavorano a 100 euro al mese.


Ho evitato di portare il discorso sulla Kiev insanguinata di queste ultime settimane, di una capitale della nostra Europa che non può far finta di ignorarla e sperare, come facciamo per altri paesi, che povertà, fanatismo e disperazione ci lascino immuni.


Domenica mattina apro la pagina fiorentina di Repubblica e un bellissimo articolo di Paola Mantovani mi parla di Rodika e del suo “datore di lavoro”.


Ogni volta che una come Rodika se ne va, Paola (il datore di lavoro, NdR) avverte un dolore dritto al cuore. Perché Rodika sa dove mettere le mani, asciugare le lacrime, passarle un velo di crema, controllare la macchina che porta il nutrimento in vena o sostituire quel tubicino che fa respirare da un buco sotto la gola. Rodika sa. Ogni volta che entra qualcun altro nella stanza per sostituire lei o Stefania (l’altra infermiera ucraina, NdR), Paola si sente più male del male che si vede già. 


Perché quasi certamente la sconosciuta si guarderà intorno fra il letto e il muro, le macchine che fanno bip se qualcosa non funziona, girerà lo sguardo verso le finestre affacciate sui prati verdi di Montevarchi e con l'aria persa dirà: «No, grazie». «Non sono all'altezza», «è troppo complicato», oppure dirà soltanto «no» senza aggiungere parole o spiegazioni.


Magari è appena sbarcata dalla Romania, dall'Ucraina, da qualche altra terra lontana. Allora avanti un'altra e un'altra ancora e giorni e settimane di caccia con Paola che fatica sempre di più a mascherare gli attacchi di infelicità.


«Vorrei fare un appello» dice questa donna che ha un corpo fermo, prigioniero di un letto da tanti anni, ma pensieri in testa che corrono: «In Toscana ci sono diverse decine di persone nella mia condizione, vorrei che la Regione organizzasse dei corsi, una piccola scuola per chi assiste i malati come me».


Perché queste non sono badanti e forse nemmeno infermiere, ma una terra di mezzo fra una professione e una missione: «Se qualcuno desse a queste donne una formazione minima, potrebbero assisterci e toccarci senza sperimentare ogni volta da capo sulla nostra pelle la loro inevitabile inesperienza. Ogni volta che cambio assistente ricomincia tutto da capo e sento quasi una paura».


Paura di non farsi capire, paura di non riuscire a comunicare il bisogno quotidiano. Sono un centinaio in tutta la Toscana, fra distrofia, Sla e altri morbi invalidanti le persone che hanno bisogno di un'assistenza domiciliare di questo tipo.
… è questa la battaglia che vuole ancora combattere Paola, bloccata su un letto dalla distrofia muscolare. «Non siamo solo partoriti - scrive - ogni gesto d'amore ci rimette al mondo».


Giovanni Cardinali, Slow-Fi

 

Leggi tutto...

'Slow-Fi', la rubrica ecosostenibile a cura di Giovanni Cardinali. 11 marzo 2014

Martedì, 11 Marzo 2014 12:47

anemone fior di stella

 

Slow-Fi 7 del 11 marzo 2014


In questi giorni, con largo anticipo, avanza la primavera. Domenica è stata una giornata speciale, clima tiepido e vento sferzante da nord est, sole per tutta la giornata. Ad Arezzo oltre duecento escursionisti, la maggioranza a piedi e il resto in bici, hanno celebrato la giornata nazionale delle ferrovie dimenticate.

 

Tanta gente si è alzata presto per passeggiare o pedalare sui sentieri fra Bagnoro, Gragnone, il Torrino e Palazzo del Pero. Il percorso fatto, a piedi partendo da Gragnone, in bici partendo dal binario 1 della stazione con tanto di fischio del capostazione e un ciclista su una specie di locomotiva a pedali, ha interessato prevalentemente l’itinerario della vecchia ferrovia Arezzo – Fossato di Vico.


Le soste per ammirare i vecchi caselli e alcune gallerie, ormai abbandonate da settanta anni, non sono state dedicate solo a descrivere i ruderi di una archeologia industriale unica per il nostro territorio, ma anche ad ammirare il panorama dall’alto, con i suoi boschi, gli oliveti terrazzati e, sullo sfondo, in lontananza, lo sprowl di Arezzo, cioè la caotica città diffusa, con le tante orrende palazzine isolate derivate dai condoni di annessi agricoli, le lottizzazioni adesso con tanti appartamenti invenduti, i muretti con variegate carpenterie che racchiudono garage e giardinetti orribili, strade e rotonde a volontà.


Man mano che il gruppo dei cicloturisti saliva verso il Torrino, ed io ero uno di questi, le pedalate rallentavano,  il panorama veniva chiuso dalla boscaglia e la forte pendenza portava lo sguardo a terra.


Nei campi una meraviglia di fiori spontanei sbocciati in questi giorni.


Le escursioni degli Amici della Bicicletta e del Dopolavoro Ferroviario non sono solo pedalate e camminate. Si sta insieme anche per ascoltare chi è più esperto in argomenti naturalistici e paesaggistici. Si passa dal cazzeggio alla poesia, è la magia della mobilità dolce e della convivialità.


In una salita piuttosto impegnativa mi sono fermato e, osservando, sotto gli olivi, una ampia distesa di fiori rosa quasi violacei a forma di stella, ho discusso sul nome con le amiche che seguivano a ruota, per me, erano anemoni selvatici,  per la alcune di loro no, non poteva trattarsi di un anemone ma di una altra varietà di fiore, ma non si ricordavano più quale.


In serata avrei avuto conferma che erano proprio anemoni selvatici.


Altri fiori, che sembravano sbocciati proprio per noi al margine del bosco, erano di più facile individuazione, la violetta, delicata ed elegante, la primula con i suoi petali giallo intenso, per non dire delle tante margherite che possiamo notare anche nei nostri parchi cittadini; abbiamo visto anche il latte di gallina, un fiore bianchissimo che contrasta con il verde dell’erba, per il tulipano dei campi era ancora troppo presto, mentre la genzianella stellata, pianta rarissima e protetta, con foglie nastriformi e fiori a cinque petali di colore viola, si intravedeva nelle scarpate umide e ricche di depositi di foglie.


La passeggiata e la biciclettata sono state rigeneranti anche per questo, le aiuole cittadine arricchiscono di colore l’ambiente urbano, ma in questi giorni basta uscire un po’, andare per i campi e guardarsi intorno per maggiori sensazioni e ammirare l’arcobaleno delle fioriture spontanee.


Alcuni di questi fiori si possono gustare anche sui piatti, le violette selvatiche e le primule condite insieme all’insalata, sono nelle ricette della tradizione contadina da ricercare, come scriveva Pasolini “tra le macerie di un passato ormai distrutto dalla storia con quei valori che offrivano una base di appoggio per costruire una nuova società”.


Pasolini fu criticato da altri intellettuali ed accusato di desiderare un passato arcaico di fame e di ingiustizie, ma in una lettera aperta a Italo Calvino dell’8 luglio 1974 ribadì con una replica attualissima: “l’italietta è piccolo-borghese, fascista e democristiana” e lui rimpiange l’”universo contadino”, pre-nazionale e pre-industriale, che è “un universo transnazionale” il quale addirittura “non riconosce le nazioni” in quanto “avanzo di una civiltà precedente”.


Oggi abbiamo un altro poeta su questi temi: Franco Arminio:  “… questa Europa - leggo sul manifesto - ha bisogno di sole, non può continuare a impallidire intorno alle sue banche. Il giorno cede, l’umore si fa grigio. Non stiamo bene in questa Europa che non sogna, … Il tempo si è squarciato, il mondo si è appesantito! Non possiamo curarlo con i banchieri…


L’Europa si salva se capisce che la sua crisi prima che economica è teologica. E la politica deve considerare l’economia ma anche la bellezza. L’ordine del giorno non deve mai distogliersi da un’agenda etica, la cura del visibile non è niente se non è anche manutenzione dell’infinito


Piuttosto che infilare giornate tristi come soldati in un esercito sconfitto, piuttosto che lamentarsi per lo squallore dei politicanti che schiumano dal video, è ora di andare nei fiumi e nelle nuvole, nelle foglie, nelle facce dei vecchi e dei ragazzi ed andare dove c’è ancora il mondo ed estrarre da lì la linfa per una nuova politica, con nuove parole, nuovi respiri… “.


Giovanni Cardinali, Slow-Fi

 

Leggi tutto...

'Slow-Fi', la rubrica ecosostenibile a cura di Giovanni Cardinali. 18 febbraio 2014

Martedì, 18 Febbraio 2014 12:27

tacchino che gonfia all aria aperta

 

Slow-Fi 5 del 18 febbraio 2014


Ho una forte passione per l’ orto e sono condizionato dal tempo meteorologico, quasi una paranoia, niente a che vedere con l’ansia e la paura del contadino di un tempo, che viveva nel terrore della fame e della carestia per stagioni sfavorevoli e il conseguente fallimento dei raccolti.


La cura di un orto e di un piccolo frutteto di specie antiche, misto ad un oliveto in collina, non costituisce la mia attività prevalente, le avversità della stagione non mi preoccupano più di tanto ma, vivendo in campagna, comprendo una recente nota di preoccupazione della Coldiretti che, per il secondo anno consecutivo, denuncia la drammatica situazione delle semine, ormai compromesse dall’assenza di gelate e dalla frequenza e intensità di piogge degli ultimi mesi.


Solo da alcuni giorni abbiamo una tregua.


Ne ho approfittato per vangare le zone dell’orto che, nei mesi scorsi, non erano state soggette a semine e piantumazioni. Gobbi, cavolo nero, cavolfiore e carciofi messi a dimora dopo ferragosto sono ben sviluppati. I baccelli sono stati seminati in due fasi, una prima semina è intervenuta alla fine di ottobre e l’altra agli inizi di dicembre. Adesso, mentre rincalzo la terra intorno ai fusti, osservo soddisfatto il loro diverso sviluppo in altezza e nel fogliame, alcuni arriveranno sulla tavola verso Pasqua, alla fine di aprile, altri due o tre settimane dopo.


In una piccola serra ho lasciato vari tipi di insalate e di prezzemolo, anche se la temperatura mite di questo inverno non ha impedito la crescita di verdure fuori serra.


L’anno scorso di questi tempi le foglie di cavolo erano state completamente mangiate dalla larva cavolaia, quest’anno ancora non ho notato alcuna presenza, in numero eccezionale, invece, vedo una gran quantità di lombrichi, come non mi era mai capitato prima, … sarà per la particolare e prolungata umidità dei terreni e una ricca presenza di fogliame marcio.


La vanga penetra bene nel terreno, le zolle non si attaccano alla lama e possono essere facilmente rovesciate, depositate con l’erba che rimane sotto, ancora umide, non si spezzano, restano integre ma basta una piccola incisione con un rastrello per frantumarle e per adattarle ad una superficie baulata che consente lo sgrondo delle acque.


Dopo avere vangato e sistemato il terreno sono passato a spargere il concime, uno stallatico di pecora mischiato ad un concime organico naturale derivante da deiezioni di animali da cortile. Mi sono assicurato, leggendo l’etichetta del produttore, che fosse esente da antibiotici perché negli orrendi allevamenti intensivi le galline sono talmente ristrette negli spazi vitali che tendono ad ammalarsi con frequenza e, per questo, al mangime viene mescolato un antibiotico. Accade anche negli allevamenti ittici dove migliaia  di poveri pesci vivono nella stessa acqua stagnante dove depositano le proprie feci.


Vicino a dove abito è presente un allevamento intensivo di tacchini, quando gli addetti varcano la soglia dei capannoni per portare mangime e fare pulizie sono vestiti con tute e scafandri, tipo astronauti, l’ambiente interno deve essere un inferno. E un vero inferno, con fiamme e gas asfissianti dopo un cortocircuito, si è verificato in un allevamento di maiali a Brolio, circa un  mese fa, la notizia è apparsa per un solo giorno sui giornali locali, poi più nulla, nessun commento compassionevole, nessuna commiserazione, in poche ore sono morti 800 maiali, sono rimasto allibito leggendo che “ogni capo vale mille euro … esiste comunque la copertura assicurativa”!


Gli allevamenti intensivi, oltre a non avere alcun rispetto per la natura sensiente degli animali capaci di gioire, soffrire e comprendere, hanno un impatto con l’ambiente pazzesco: per il fabbisogno idrico necessario a produrre foraggi e mangimi in grande quantità, per l’immissione di anidride carbonica in atmosfera; a livello planetario gli allevamenti di bestiame incidono per il 34% sull’effetto serra, oltre quanto incide il sistema dei trasporti alimentati da combustibili fossili.


Prima o poi l’uomo dovrà interrompere questa inutile strage, oggi vegetariani e vegani rappresentano il 7% della popolazione, e sono in aumento. La scelta è legata anche a motivi di benessere e salute perché i prodotti di origine vegetale danno più garanzie di qualità e di prevenzione di malattie gravi.


I nuovi contadini che salveranno il pianeta lo sanno. La loro presenza diffusa nel territorio è una garanzia di equilibrio idrogeologico e di rispetto dei diritti riguardanti animali non umani.

 

Giovanni Cardinali, Slow-Fi 


Leggi tutto...