Slow-Fi

In onda su Radio Wave la rubrica ecosostenibile di Giovanni Cardinali

 

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Va in onda su Radio Wave International il martedì alle ore 9:45 e in replica alle 13:45.

'Slow-Fi', la rubrica ecosostenibile a cura di Giovanni Cardinali. 11 febbraio 2014

Mercoledì, 12 Febbraio 2014 08:31

 contadino che zappa

 

Slow-Fi 4 del 11 febbraio 2014

 

In questo inverno, somigliante ad un autunno prolungato, nebbioso, ricco di piogge e con temperature miti, segnale inequivocabile di una anomalia climatica constatata anche dai più scettici, ho conservato un articolo del paesologo e poeta Franco Arminio apparso su Il Manifesto il 21 gennaio, mentre ero in attesa dei “giorni della merla”, i più freddi dell’anno, quelli che danno il colpo di grazia ai parassiti delle piante da frutto e di alcuni ortaggi invernali, dando certezza su una futura e buona produzione primaverile ed estiva.


I giorni della merla sono passati, siamo arrivati al 2 febbraio, domenica cosiddetta della “Candelora”, un giorno in cui i nostri vecchi ricordavano un detto “con la candelora, se nevica o se piova, dall’inverno siamo fora”, quindi ad oggi, anniversario dei patti fra il clero e il fascismo, e siamo ancora in mezzo alla “pioggia e al buio della politica”.


“La pioggia, il terremoto, un senso di buio, come se si andasse da notte a notte, come se i giorni fossero da qualche altra parte”, scrive Franco Arminio, “… ci hanno lasciato gli animali, ci hanno lasciato le ore, ci hanno lasciato i pianeti, e dio ci aveva lasciato da tempo.”


“L’umanità non è stata mai tanto sola. Dobbiamo parlare tra noi, ma più ancora è necessario che torniamo a parlare a ciò che è fuori di noi. E quindi bisogna riattivare un linguaggio per stare dentro il mondo, quello che usiamo per parlare tra noi è solo la chioma, bisogna trovare un linguaggio radice”.


“Altro che l’anemia lessicale cui ci hanno abituato i politici sempre più accaniti al contingente. Ormai per loro l’orizzonte non va oltre la mezza giornata. La fragilità dell’Italia richiede una paziente opera di restauro. Come se avessimo davanti a noi un vaso preziosissimo ma pieno di crepe …, l’affresco del Belpaese è stato coperto dalle polveri della modernità incivile a cui ci hanno condotto i cavalieri del progresso.”


La politica imperante ha tradito da tempo la nostra terra, nell’Italia del disastro idrico e geologico le frane sono tredici volte quelle registrate nell’ottocento, quando la superficie totale dei boschi era il trenta per cento in meno di quella attuale. Sembra un paradosso ma non lo è: quando il bosco serviva alla comunità era meno esteso ma veniva curato in ogni angolo, ogni piccolo ramoscello veniva raccolto, la montagna e la collina erano terrazzate e le rete di scolo superficiale estesa e ordinata.


Poi è arrivato l’esodo di massa delle popolazioni, a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso, quindi l’abbandono delle campagne, il bosco ha riconquistato in modo caotico i terreni agricoli collinari e montani, sono scomparsi gli animali più abituati a vivere con l’uomo e sono aumentati gli “ungulati”, in modo particolare i cinghiali, in numero abnorme e con effetti devastanti sull’assetto superficiale del territorio agricolo.


Nello stesso tempo, l’assetto forestale, già più debole e vulnerabile per l’abbandono e la presenza degli ungulati, è stato violentato dai mezzi a motore, alcuni pesantissimi, usati per mero e stupido passatempo, che hanno inciso in profondità le strade vicinali, e hanno annullato i fossi di deviazione trasversale delle acque di pioggia, denominati “sciacqui”, perché rallentano le acque e le deviano verso il manto erboso del sottobosco, impedendo il ruscellamento sulla strada e le piene improvvise a valle.


I contadini, un tempo, provvedevano a molte opere di manutenzione, semplicemente perché rientrava nella loro cultura, amavano farlo ed era essenziale per la loro sopravvivenza, tutto questo è finito e mi fanno ridere le polemiche nostrane sui consorzi di bonifica che, quando riescono ad avere una qualche minima risorsa ricavata dall’ennesima tassa sui proprietari dei terreni, agiscono sui corsi d’acqua principali, senza alcun intervento sulla rete di scolo minore, collinare e montana che richiede la presenza continua e diffusa dell’uomo.


Purtroppo, come dimostra questa polemica stupida sui consorzi di bonifica, senza più operai forestali, “i cittadini chiedono alla politica risposte per il loro portafoglio, quasi mai risposte per i luoghi in cui vivono. Avere uno sconto sulle tasse per la casa per poi vedersela spazzare via da una frana non è un buon affare,” sostiene Franco Arminio, non è nemmeno quello di abolire i contributi per i ridicoli consorzi di bonifica per poi venire invasi da acqua e detriti alla prima debole pioggia, quasi sempre definita drammaticamente “bomba d’acqua”.


Sembra che il governo dei tecnici sia oggi l’unico possibile, in questi anni di terribile crisi economica, basterebbe un governo di contadini, abbiamo bisogno di milioni di contadini per ripopolare le nostre campagne e montagne, sempre più indifese, e i nostri paesi, sempre più sperduti e affranti.


E tutti questi contadini dovrebbero essere pagati per abitare e curare il territorio!


Altro che TAV in Val di Susa!


Giovanni Cardinali, Slow-fi

 

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'Slow-Fi', la rubrica ecosostenibile a cura di Giovanni Cardinali. 21 gennaio 2014

Giovedì, 23 Gennaio 2014 16:01

slow fi 3 foto rana 3

 

Slow-Fi 3 del 21 gennaio 2014


Tanti anni fa i rilievi topografici per rappresentare in mappa una collina in frana richiedevano alcuni giorni di lavoro. Il tecnico non poteva agire da solo, erano necessari alcuni aiutanti, denominati “canneggiatori”, incaricati di verificare i dislivelli del terreno tramite canne metriche, una volta tracciato un allineamento con aste dritte e colorate, denominate “paline”.


Con strumenti più evoluti, stadia e tacheometro, i rilievi erano più rapidi, gli aiutanti servivano soprattutto ad aprire visuali libere dalla vegetazione con tagli di rami e smacchio di cespugli.


Poi sono intervenuti strumenti ancora più evoluti, non più ottici ma a raggi infrarossi ed infine i sistemi cosiddetti GPS, che fanno riferimenti a satelliti geostazionari e, per ultimo, i droni, piccoli velivoli radiocomandati derivanti dalla tecnologia militare, che applicano su piccola scala l’aereofotogrammetria, cioè la produzione di carte topografiche tramite elaborazione di foto eseguite dall’alto.


Uno di questi droni, domenica, è stato usato per rilevare l’ennesimo dissesto idrogeologico che ha provocato il deragliamento di un treno sull’importante linea ferroviaria Genova-Ventimiglia.


La piccola telecamera di bordo, con immagini di straordinaria evidenza, ha registrato in tempo reale il cedimento di un grande parcheggio privato e lo scivolamento verso il mare di fango e detriti.


Il contesto territoriale della collina ligure è terribilmente compromesso: laddove erano presenti sistemi terrazzati - tutti i versanti liguri erano terrazzati, dal golfo di La Spezia, alle Cinque Terre fino a Ventimiglia - oggi si notano solo agglomerati di ville, villette e piscine.


Sono passati decenni di allarmi inascoltati: la speculazione edilizia e la mancata cura del territorio, non le piogge torrenziali, sono i maggiori responsabili di questi disastri. Oggi sarebbe necessario demolire e delocalizzare tanti insediamenti costruiti in zone a rischio, avviare una generalizzata manutenzione del territorio con opere di riordino idraulico della rete principale e minore, premiando l’agricoltura di presidio con incentivi per curare la terra, non solo per produrre alimenti genuini ma anche per renderla stabile.


Questo paese in frana ha sei milioni e seicentomila cittadini senza lavoro, tre milioni sul totale non lo cercano più, vengono definiti “gli scoraggiati”, i due terzi abitano nel meridione che, a dissesti di ogni tipo, supera di gran lunga altre regioni italiane.


Con molti di questi nostri cittadini potrebbe essere attivato un programma di occupazione che negli anni cinquanta Amintore Fanfani denominò “cantieri forestali” e che negli anni ottanta, per il lavoratori in mobilità che non avevano più prospettive di rientro, dette il via a “lavori socialmente utili”.


Ma non sarà fatto! Si preferirà spendere miliardi di euro per l’acquisto di caccia militari e per bucare una montagna, accentuando la rovina di una valle e per andare più veloce in treno da Torino a Lione. A tanti lavori diffusi nel territorio, ad alta intensità di manodopera, si preferirà un unico lavoro concentrato in pochi chilometri, ad alta intensità di tecnologia e senza alcuna giustificazione in rapporto agli scarsi benefici che porterà per il traffico merci e passeggeri.


Il bello è che, a parte episodici e rari momenti di ribellione, non si vedono movimenti forti ed organizzati per contrastare le ricorrenti ondate di scempio territoriale. Il ceto politico dominante continua ad essere di infimo livello morale – basta pensare per questo al nuovo segretario di un partito non più “di sinistra” che, in altre società o contesti storici, sarebbe stato accusato di favoreggiamento e complicità con un criminale – unito alla più assoluta incompetenza, anche quando è circondato da illustri esperti economici e docenti universitari.


Ciò che sta succedendo si spiega con l’apologo della rana: una rana viene gettata in una pentola d’acqua dopo aver acceso il fuoco. L’acqua da freddina diventa tiepida e la rana si sente in un ambiente gradevole e sta a galla sgambettando. La temperatura sale. L’acqua diventa piuttosto calda, un po’ più di quanto potrebbe essere apprezzato dalla rana, che si stanca ma non si spaventa. Quando l’acqua diventa ancora più calda la rana la trova sempre gradevole ma si è notevolmente indebolita, come capita quando andiamo alle terme di Rapolano.


La rana sopporta il caldo crescente ma non riesce a fare più nulla, è inebetita fino a quando muore bollita.


Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo con le agili e lunghe zampe posteriori e sarebbe balzata fuori dalla pentola.


Sono anni che i detentori del potere politico e finanziario hanno anestetizzato la maggioranza dei cittadini, in modo lento e non abbiamo più alcuna rivolta.  

 

Giovanni Cardinali, Slow-Fi                        

 

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'Slow-Fi', la rubrica ecosostenibile a cura di Giovanni Cardinali. 7 gennaio 2014

Martedì, 14 Gennaio 2014 11:16

 amicibiciarezzo

 

Slow-fi 1 del 7 gennaio 2014

 

Approfitto della mia prima trasmissione dell’anno per presentare il programma 2014 dell’associazione Amici della Bici di Arezzo di cui sono Presidente pro tempore.

 

Si tratta di un programma ricco di escursioni attraverso le colline della nostra toscana ma anche oltre, con incursioni in altre regioni e bici viaggi più lunghi, in paesi da scoprire al ritmo lento delle pedalate ed in buona compagnia.

 

Le gite amatoriali e libere si svolgono sempre, in qualsiasi stagione, anche in pieno inverno, come è accaduto ieri, per la Befana, che sembrava, per il clima mite e il sole, una giornata primaverile, ma il programma ufficiale della FIAB ha inizio dalla prima domenica di marzo, dedicata alla giornata nazionale delle ferrovie dimenticate.

 

In questa giornata, approfittando di uno stato della vegetazione ancora spoglio che rende più visibili e godibili i vecchi tracciati, gli amici della bici di Arezzo, ormai da alcuni anni, propongono di pedalare lungo l’itinerario della vecchia ferrovia Arezzo-Fossato di Vico, la cosiddetta FAC, Ferrovia dell’Appennino Centrale, non più attiva dal 1944 ma ancora con numerose ed interessanti testimonianze di archeologia industriale, a partire dalle gallerie che consentono di valicare il Torrino verso Palazzo del Pero.

 

La partenza, simbolica, avviene con tanto di via al fischio del capostazione, dal binario 1 della stazione di Arezzo.

 

Quest’anno, su proposta degli Amici della Bici di Grosseto, FIAB presenta un programma più ricco.

 

La gita sulla FAC è prevista nella seconda domenica, cioè il 9 marzo, perché nella prima domenica 2 marzo, andremo alla scoperta della vecchia ferrovia che da Follonica portava a Massa Marittima, a servizio della zona mineraria delle colline metallifere. Un itinerario che dal mare porta alle prime stupende colline di macchia mediterranea ed olivi, fino al meraviglioso duomo di Massa Marittima, in punta ad una collina dove si apre un panorama unico pieno di verde e di azzurro.

 

Nel mese di marzo inizieranno anche le consuete gite della “terza domenica”, intorno alla città, con partenza alle ore 10 da Piazza Guido Monaco e rientro prima di pranzo, una specie di palestra salutare a cielo aperto, gratuita, fino al mese di novembre.

 

Altre escursioni faranno riferimento a iniziative della FIAB nazionale e regionale.

 

Sempre in marzo FIAB partecipa alla giornata nazionale del Fondo Ambiente Italia, nel 2014 è prevista la visita di Monterchi, la gita in bici interesserà quindi la Val Cerfone ed una valle secondaria, pressoché sconosciuta ma ancora come la vedeva Piero della Francesca, quella del torrente Padonchia, circondato da collinette dove svettano antiche e piccole pievi.

 

I mesi di aprile e maggio saranno i mesi più ricchi di escursioni, prima la Val di Chio, poi l’arboreto monumentale di Moncioni nella giornata nazionale bici più treno per diffondere il cicloturismo con una modalità di trasporto sostenibile della bici; il 25 aprile la ciclogita “resistere-pedalare-resistere” con visita ad un sito della memoria nei dintorni di Arezzo, il 9 maggio la manifestazione Bimbimbici con la tradizionale folla oceanica di bambini e genitori che invadono in bici le strade della città.

 

Le ultime due domeniche di maggio saranno dedicate ad un viaggio in treno+bici da Arezzo a Rapolano, quindi un tuffo nelle terme e ritorno, e, la domenica successiva, una gita a Cortona con visita al MAEC per la mostra dei pezzi etruschi del British Museum.

 

Giugno inizia con una due giorni nell’anello ciclabile del lago Trasimeno e pernottamento nell’isola Polvese: il primo ed il due giugno, festa della Repubblica e date nazionali del bicitalia day, indetto dalla FIAB per la promozione della rete nazionale di itinerari ciclabili facenti parte della rete europea denominata eurovelo.

 

Giugno è anche il mese del cicloraduno nazionale della FIAB che si svolgerà, dal 19 al 22, in Sicilia.

 

Non vado oltre, ritornerò prima dell’estate sull’argomento. Voglio solo precisare che queste iniziative di tempo libero e mobilità dolce costano molto poco, quasi niente, fanno bene alla salute e sono occasioni di vita gioiosa in compagnia, spesso unite a soste conviviali “al sacco” o in trattorie di campagna e circoli ARCI.

 

La tessera FIAB costa 15 euro l’anno e sono previsti sconti per i familiari e per i bambini fino a 14 anni, fornisce una copertura assicurativa, sia in caso di infortunio durante la gita ma soprattutto è valida nelle 24 ore e per tutto l’anno per la copertura assicurativa di responsabilità civile in caso di danno a terzi, questa formula è molto importante perché nell’uso quotidiano della bici, per andare a lavoro, a fare la spesa, per andare a scuola o semplicemente per farsi una girata in solitario, potrebbe capitare di causare un incidente, tipo urtare un pedone o altro.

 

Infine una riflessione finale: gli amici della bici non fanno solo gite in bicicletta, sono fortemente impegnati per la mobilità ciclistica nella nostra città, in alternativa all’uso dell’automobile. Nell’anno trascorso abbiamo ottenuto, nel rapporto con il Comune, importanti risultati (il collegamento ciclabile di Via Calamandrei e la percorribilità ciclabile del sottopasso di Via Baldaccio, fra i più significativi) e sono state fatte numerose iniziative promozionali.

 

I risultati sono evidenti: c’è più gente che si muove pedalando in città e che dà una risposta positiva alla crisi. Vogliamo continuare in questo impegno, per una città a misura di bambini.

 

Giovanni Cardinali, Slow-fi

 

FIAB Amici della Bici di AREZZO

c/o Centro Francesco Redi via della Fioraia 17

tel. 0575 22256, e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. - http://adbarezzo.altervista.org

 

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'Slow-Fi', la rubrica ecosostenibile a cura di Giovanni Cardinali. 14 gennaio 2014

Martedì, 14 Gennaio 2014 11:31

cappuccetto e il lupo               il cane e il lupo        

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Slow-fi 2 del 14 gennaio 2014


Tanti anni fa, mentre facevo rilievi topografici in Valle Santa, più esattamente fra Corezzo e Val della Meta, discutendo con il mio maestro, amico e collaboratore, Bruno Matteagi, una personalità storica di Radio Wave, osservavo, da Nord, questa valle incantata sulla quale incombe il massiccio della Verna.


In quel momento, io e Bruno, decidemmo che la provincia di Arezzo doveva essere dotata di una carta dei sentieri, al pari delle provincie alpine.


Negli anni successivi venne realizzato un progetto di ricognizione, ricerca e mappatura di antiche strade vicinali e sentieri, molti scomparsi o in disuso, per escursioni a piedi, a cavallo o in mountain bike e per conservare la memoria delle ricche trame del nostro territorio.


Negli anni successivi, sono state pubblicate e diffuse diverse mappe, l’ultima, “Il sentiero 50 dal Lago Trasimeno alla Verna”, è del 2004, pochi anni prima della prematura scomparsa di Bruno, al quale è intitolato un sentiero che si inerpica nelle colline sopra Villa Severi alla periferia di Arezzo. 


Il territorio provinciale, però, mi è sempre stato stretto. Negli anni successivi, con altri amici e in sella ad una bicicletta, sono andato in giro alla scoperta di altre trame ed itinerari riguardanti, questa volta, tutta la Toscana.


Adesso sto lavorando al progetto di una “due mari ciclabile” da Grosseto, Parco della Maremma, a Fano. In provincia di Arezzo, l’itinerario utilizzerà il corridoio abbandonato della vecchia FAC, la ferrovia dell’Appennino centrale, fino a Fossato di Vico, quindi Fano, passando per Gubbio.


Ho fatto, di recente, una prima ricognizione del tratto da Istia d’Ombrone a Buonconvento, quello ritenuto di più difficile mappatura e con maggiori criticità, in una delle zone della Toscana più selvaggia e disabitata.


Istia di Ombrone si presenta con un gruppo di case arroccato su una collinetta e una “Portaccia”, cioè un vecchio e affascinante rudere, all’ingresso del paese, che segna l’inizio della piana bonificata.  


Da Istia ho raggiunto Campagnatico, in collina, il paesino, evocato da Dante nel canto XI del Purgatorio, è molto bello, quindi Paganico con una strada principale chiusa fra due magnifiche porte antiche, dopo mi sono diretto verso il borgo fortificato di Monte Antico.  


Monte Antico si erge in alto, sulla valle. Il panorama dal castello è stupendo, davanti: la Val d’Orcia e il Monte Amiata, in basso: un lungo ponte ferroviaro e l’ampia valle alluvionale. Il fondovalle dell’Ombrone è caratterizzato dalla presenza della ferrovia Siena-Grosseto, oggi chiusa, il resto è zona impraticabile; la stazioncina intermedia di Salceta è abbandonata da tempo, ad altre, Pian delle Ville e Befa, si arriva con difficoltà, tramite strade secondarie.


Dopo un lungo giro nella Val di Merse, sono arrivato a Buonconvento tramite una bella strada bianca del circuito dell’eroica.


Tutto questo giro è durato due giorni, ogni volta che mi fermavo a un bar per un caffè o in un posto di ristoro per uno spuntino, notavo, sul tavolo, i giornali locali tutti dedicati a stragi di pecore a causa di lupi e di lupi a causa dell’uomo nelle vaste boscaglie del bacino dell’Ombrone.


Un violento salto nel passato: i lupi sono stati uccisi barbaramente e le loro carcasse sono state ostentate nelle piazze e nelle strade. Una pratica cruda che sa di medioevo. Eppure, in quello stesso passato, i greggi in Maremma avevano un angelo custode che li difendeva dai predatori.


Un grosso e valoroso guardiano, che ha preso il nome proprio dalla sua terra: il pastore maremmano, un cane perfetto per tener lontani lupi, cani randagi e qualsiasi altro tipo di predatore. Da secoli protegge i pascoli del centro Italia, una razza antica, come il cane da montagna dei Pirenei, un possente guardiano dal pelo bianco che, data la sua stazza, è capace di respingere i predatori.


Sono rimasto traumatizzato da queste notizie e l’escursione in queste terre selvagge, a due passi da casa, mi ha reso un po’ triste. Non riesco ad immaginare il lupo cattivo, rappresentazione simbolica del male e del pericolo, come raccontato in tante favole e come è presente nella cultura popolare.


Per questo, in chiusura, mi piace ricordare una favola di Fedro, "Il cane e il lupo". Fedro era giunto a Roma come schiavo, dopo una violentissima repressione di una rivolta in Tracia, l’attuale Romania, nel 13 avanti Cristo.  


Un lupo tutto spelacchiato striminzito dalla fame incontra un cane ben panciuto. Si salutano e si fermano.
Il lupo domanda al cane come fa ad essere lucido e bello e cosa ha mangiato per essere così grasso.
E il cane risponde che basta fare servizio presso un padrone. Lungo la via il lupo vede una spellatura al collo del cane.
Che roba è quella, amico mio?, domanda il lupo


- Qualche volta, per la mia natura impetuosa, mi tengono legato perchè stia quieto durante il giorno e vigili la notte. … A questo punto il lupo rifletté un solo istante e disse:
- Addio, caro: goditi pure le tue gioie: io non baratto la mia libertà con un regno”.

 

Giovanni Cardinali, Slow-fi

 

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'Slow-Fi', la rubrica ecosostenibile a cura di Giovanni Cardinali. 17 dicembre 2013

Martedì, 17 Dicembre 2013 13:03

assalto ai forni 2

 

Slow-fi 41 del 17 dicembre 2013


“…Il furore accrebbe le forze della moltitudine: la porta fu sfondata, l’inferriate, svelte; e il torrente penetrò per tutti i varchi. Quelli di dentro, vedendo la mala parata, scapparono in soffitta: il capitano, gli alabardieri, e alcuni della casa stettero lì rannicchiati ne’ cantucci; altri, uscendo per gli abbaini, andavano su pe’ tetti, come i gatti.


La vista della preda fece dimenticare ai vincitori i disegni di vendette sanguinose. Si slanciano ai cassoni; il pane è messo a ruba. … La folla si sparge ne’ magazzini. Metton mano ai sacchi, li strascicano, li rovesciano: ... chi, gridando: “ aspetta, aspetta, ” si china a parare il grembiule, un fazzoletto, il cappello, per ricever quella grazia di Dio; uno corre a una madia, e prende un pezzo di pasta, che s’allunga, e gli scappa da ogni parte; un altro, che ha conquistato un burattello, lo porta per aria: chi va, chi viene: uomini, donne, fanciulli, spinte, rispinte, urli, e un bianco polverìo che per tutto si posa, per tutto si solleva, e tutto vela e annebbia…”


Ho letto una parte del capitolo XII dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.


E’ la descrizione dell'assalto ai forni da parte del popolo milanese inferocito e alla fame: la gente chiede pane, ed è pronta ad andare contro la legge per averlo. Si tratta della cronaca romanzata di un evento del milleseicento.


Qualche secolo dopo si attribuisce a Maria Antonietta la frase “Il popolo chiede pane? Dategli delle brioches”,  quando le annunciarono, appena prima della rivoluzione, una rivolta con i forconi di un popolo che non aveva più pane.


Sono  andato a ripescare  ricordi scolastici  per una riflessione sulla odierna “rivolta del movimento dei forconi”. 


Si assiste a pareri diversi su questa ennesima, e per ora modesta, rivolta sociale,  nel frattempo,  un comico pensa d’aver coperto un intero dizionario di volgarità con lo stesso rancore con cui masse disperate, nella storia, hanno agitato i forconi, un criminale quasi ottantenne parla di rivoluzione, i fascisti vecchi e nuovi hanno la nostalgia di una patria che furono i primi a tradire e pochi riescono ad interpretare la realtà per cambiarla in meglio.


Ho apprezzato molto un articolo di Marco Revelli, dedicato all’invisibile popolo dei nuovi poveri e apparso sul Manifesto del 13 dicembre scorso.


Torino è stata l’epicentro della cosiddetta “rivolta dei forconi”, almeno fino o ieri. Torino è anche la mia città. Così sono uscito di casa e sono andato a cercarla, la rivolta, … Bene, devo dirlo sinceramente: quello che ho visto, al primo colpo d’occhio, non mi è sembrata una massa di fascisti. E nemmeno di teppisti di qualche clan sportivo. E nemmeno di mafiosi o camorristi, o di evasori impuniti.
La prima impressione, superficiale, epidermica, fisiognomica – il colore e la foggia dei vestiti, l’espressione dei visi, il modo di muoversi -, è stata quella di una massa di poveri. Forse meglio: di “impoveriti”.


Le tante facce della povertà, oggi. Soprattutto di quella nuova.


Erano un pezzo di società disgregata. E sarebbe un errore imperdonabile liquidare tutto questo come prodotto di una destra golpista o di un populismo radicale.


Qui la politica è bandita dall’ordine del discorso. Troppo profondo è stato l’abisso scavato in questi anni tra rappresentanti e rappresentati. Tra linguaggio che si parla in alto e il vernacolo con cui si comunica in basso.


Troppo volgare è stato l’esodo della sinistra, di tutte le sinistre, dai luoghi della vita.


E forse, come nella Germania dei primi anni Trenta, saranno solo i linguaggi gutturali di nuovi barbari a incontrare l’ascolto di questa nuova plebe. Ma sarebbe una sciagura – peggio, un delitto – regalare ai centurioni delle destre sociali il monopolio della comunicazione con questo mondo e la possibilità di quotarne i (cattivi) sentimenti alla propria borsa. Un ennesimo errore. Forse l’ultimo.


E’ un commento onesto, questo di Marco Revelli, è un invito a tutte le persone per bene a incanalare la disperazione e la rabbia verso forme di convivenza comunitaria e solidale, alternativa al qualunquismo egoista e inconcludente che, nel prefigurare sciagure epocali come è avvenuto in altri periodi storici, fornisce risorse ai fanatici, ai furbi e ai privilegiati di sempre.


Prendiamo esempio dalle tante realtà che, ogni martedì,  ho testimoniato in questi anni di Slow-fi, per la democrazia di tutti, che parte dalla riconversione ecologica, in ogni settore della vita, individuale e sociale, e non finisce ai confini di una nazione ma si estende al mondo intero.


E’ adesso il momento di salutarci, si avvicinano le feste di fine anno, questa trasmissione ed altre condotte dai bravissimi Fabio e Sara riprenderanno dopo la Befana,  vi auguro di stare insieme, in modo conviviale e felici, in famiglia e con gli amici, vi consiglio di leggere molto, di ascoltare buona musica e di non perdervi un film straordinario e commovente, in questi giorni nelle sale, Still Life, la storia di un funzionario comunale, diligente e sensibile, dedicato alla ricerca dei parenti di persone morte in solitudine e travolte dal mare famelico che può essere la vita.  

 

Giovanni Cardinali, Slow-fi

 

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