Slow-Fi

In onda su Radio Wave la rubrica ecosostenibile di Giovanni Cardinali

 

Contatti:
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Va in onda su Radio Wave International il martedì alle ore 9:45 e in replica alle 13:45.

'Slow-Fi', la rubrica ecosostenibile a cura di Giovanni Cardinali. 10 dicembre 2013

Martedì, 10 Dicembre 2013 15:42

foto via regnoli 

 

Slow-fi 40 del 10 dicembre 2013


Nel fine settimana ho portato l’olio nuovo a una coppia di amici di Forlì. Ne ho approfittato per visitare, prima di cena, una strada del centro, che è diventata un laboratorio, a cielo aperto, di modello sostenibile e solidale contro il degrado urbano e l’emarginazione dei più poveri.


Via Regnoli era considerata la strada più degradata della città, zona di spaccio e risse, molti negozi avevano chiuso, altri si erano trasferiti nei centri commerciali di periferia, molti appartamenti erano stati affittati a stranieri di varie etnie e nazionalità, senza alcuna relazione fra di loro.


Poi qualcuno ha pensato di costituire una “associazione di strada” per fare delle cose insieme per la via, costruire dei legami, così la presenza di tanti cittadini stranieri da problema si è trasformata in risorsa.


Cina, Senegal, Bangladesh, Italia: tante piccole comunità che non interagivano fra loro hanno iniziato ad arredare la strada e, a distanza di tempo, sono sorte nuove attività economiche, dopo aver ricostruito i rapporti di buon vicinato, che hanno retto e continuato nella loro realtà, nonostante la crisi.


L’obiettivo primario è stato quello di valorizzare i rapporti e le relazioni e, tra gli eventi più importanti il più emblematico è stato: “la cena a impatto zero”, è stata allestita una lunga tavolata all’aperto, con cibo e stoviglie che ogni partecipante ha portato da casa per poi condividerlo con tutti gli altri ospiti.


Mentre passeggiavo ho notato che una nuova bottega di frutta, verdura e piatti quasi pronti con prodotti locali, dolci e biscotti della tradizione, ha un’insegna originale: “abbondanza frugale”, è un ossimoro, ma un simpatico bottegaio mi ha spiegato che non è proprio così perché frugalità vuol dire anche convivialità ed allegria, ingredienti che rendono abbondante un pasto frugale e salutare.


Il progetto di Via Regnoli è fatto di proposte e non di richieste,  è autogestito e non ha alcun costo per il Comune. E' in sostanza una buona pratica urbana che nasce dal basso e che può  estendersi altrove.


A Bologna è presente una realtà analoga nata da “una fantastica idea, tanto semplice quanto rivoluzionaria, di un residente di Via Fondazza, Federico Bastiani, che passeggiando per i portici sotto casa si è reso conto di non conoscere nessuno dei suoi vicini”…. Federico ha quindi aperto un gruppo Facebook chiuso e ha stampato dei volantini che ha appeso nella strada invitando i suoi vicini sconosciuti a segnarsi al gruppo per dare il via ad una esperienza di buon vicinato.


Il gruppo in poche settimane è esploso con centinaia di iscrizioni.
Ora coloro che prima erano solo visi di passaggio, hanno cominciato a conoscersi, a fare feste, ad andare insieme al teatro, a scambiarsi utensili, elettrodomestici inutilizzati, attività di babysitteraggio e cibo autoprodotto.


Dalla rete è nata una socialità a km zero, con un tuffo dalla virtualità al reale, che apre possibilità socioeconomiche tutte da esplorare e che può essere il seme di una piccola comunità di transizione, sopratutto nelle città ove l’isolamento e la solitudine sono le prime barriere al cambiamento.


Quella che sta nascendo, oggi, in molte realtà urbane, è “economia della condivisione”, nell’alternativa fra possedere e condividere, di fronte a un mucchio di oggetti costosi e che servono solo raramente, si sceglie lo scambio e il rapporto umano.


Le città che applicano queste pratiche, in Inghilterra e Irlanda, si chiamano appunto “transition town” e si stanno sviluppando per superare l’economia prevalente del mondo industrializzato che si è sviluppata negli ultimi 150 anni.


Una economia che si è basata su una grande disponibilità di energia a basso prezzo ottenuta dalle fonti fossili e sull’assunto paradossale che le risorse a disposizione siano infinite e che si possa bruciare qualsiasi cosa senza curarsi dell’effetto serra. È facile scorgere l’estrema fragilità di questo assetto, basta chiudere il rubinetto del carburante e l’intera società si paralizza.


Ma oggi possediamo tutte le tecnologie e le competenze necessarie per costruire in pochi anni un mondo profondamente diverso da quello attuale, più bello e più giusto. La crisi profonda che stiamo attraversando è in realtà una grande opportunità che va colta e valorizzata, con una attiva e costante partecipazione dal basso, partendo dalla costituzione di realtà associative e comunitarie che mi sforzo di testimoniare nelle mie trasmissioni.


Si dice, in questi giorni, che anche il grande afflusso di popolo alle primarie del Partito Democratico di domenica scorsa sia stata una bella dimostrazione di partecipazione dal basso.


Ho molti dubbi, è un evento significativo, ma in un contesto di democrazia rappresentativa, non diretta… In più, alla guida di un partito decotto, è stato scelto un ex-giovane, abile nella comunicazione, tutto da scoprire e con energie poderose, sindaco di una grande città, che non può essere assolutamente considerata una transition town!

 

Giovanni Cardinali, Slow-fi

 

Leggi tutto...

'Slow-Fi', la rubrica ecosostenibile a cura di Giovanni Cardinali. 3 dicembre 2013

Martedì, 03 Dicembre 2013 17:18

charlot tempi moderni

 

Slow-fi 39 del 3 dicembre 2013

 

Ieri mattina sono stato ad ispezionare un tetto, per il collaudo della “linea vita”, cioè un sistema di cavetti in acciaio e ancoraggi, ben fissati alle strutture portanti, per consentire l’aggancio dei moschettoni collegati all’imbracatura dell’operaio che si trovi a lavorare su un tetto a falde.


E’ un sistema di sicurezza, obbligatorio, per prevenire incidenti sul lavoro: se, per distrazione o malore un operaio scivola sul tetto ed è assente un ponteggio di protezione, non precipita a terra ma rimane saldamente legato alla linea vita, come un esperto alpinista, in cordata, nel caso di un cedimento imprevisto della roccia o a seguito di una caduta mentre cammina su un ghiacciaio.


Avevo da poco comprato i giornali, poi riposti in borsa e, mentre ero impegnato a controllare i dispositivi anticaduta e sopra di me il cielo grigio solcato da stormi di uccelli migratori in stupende e geometriche formazioni, riflettevo sulla notizia che avevo sbirciato in prima pagina, riguardante “la chinatown toscana senza diritti e umanità”, il titolo di un articolo sulla tragedia di Prato,  ne La Repubblica, l’unico degno di nota in un giornale insopportabile.


Per la sicurezza dei luoghi dei lavori, come per il rispetto dell’ambiente, e grazie anche al recepimento di normative europee molto avanzate,  è presente un  sistema di regole per la prevenzione degli infortuni,  gli ambienti di lavoro, da sottoporre al controllo, costante e continuo,  di ispettorati e aziende sanitarie.  La Regione Toscana, soprattutto per i cantieri mobili, cioè per l’edilizia, ha prodotto una propria legislazione, d’avanguardia, in aggiunta a quella italiana ed europea.


Ma Prato, come Rosarno, l’Ilva di Taranto e tante altre realtà di un mondo occidentale che si credeva affrancato dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, hanno periferie simili a quelle di Dacca o di qualsiasi megalopoli della Cina e dell’estremo est, dove abbiamo uomini, donne e bambini, che lavorano oltre 15 ore al giorno per poi dormire in loculi di cartongesso due metri per due metri ricavati nella stessa fabbrica.


La commozione, scriveva ieri Adriano Sofri, vi sopraffà con un dettaglio. Sul pavimento nero di acqua e cenere erano i bottoni: centinaia, migliaia di bottoni disseminati di ogni misura e colore. Archeologia contemporanea, un tappeto di bottoni alla deriva per una Pompei di cinesi a Prato”.


E proprio ieri era l’anniversario della strage della Tyssen Kruup, avvenuta, il sei dicembre 2007, non in uno sgangherato capannone alla periferia di Prato, ma dentro un grande stabilimento industriale alle porte di Torino, di proprietà di una potente e ricca multinazionale tedesca, la più importante azienda europoea nel settore siderurgico.


Sette operai bruciati vivi per il mancato rispetto delle norme più elementari di sicurezza, cioè per risparmiare sui costi di produzione, come all’ILVA di Taranto.  I primi operai intervenuti per salvare i compagni  investiti da una colata, parlano di estintori scarichi, telefoni isolati, idranti malfunzionanti, assenza di personale specializzato, alcuni degli operai coinvolti nell’incidente lavoravano ininterrottamente da dodici ore.


Il capitalismo dell’era liberista è ritornato cinico e criminale come agli albori della civiltà industriale, in una società in cui si fa politica, non più per seguire un ideale e sperare nel sole dell’avvenire, ma per fare carriera, come fosse un qualsiasi altro impiego.


Quanto avviene nelle fabbriche di morte ha una replica nel sociale.


La situazione greca è emblematica. Sto leggendo in questo periodo un romanzo dello scrittore Petros Markaris, “L’esattore”,  in un capitolo si descrive la scena di quattro anziane pensionate trovate senza vita in un modesto appartamento alla periferia di Atene. Hanno lasciato un biglietto:


Siamo quattro pensionate, sole. Non abbiamo figli, nè cani. Prima ci hanno ridotto le pensioni, la nostra unica entrata. Poi avevamo bisogno di un dottore per farci prescrivere le medicine, ma i dottori erano in sciopero. Quando, finalmente, siamo riuscite ad avere la prescrizione, in farmacia ci hanno detto che non danno le medicine perché la mutua è in debito e quindi avremmo dovuto pagarcele con le nostre pensioni ridotte. Allora abbiamo capito che siamo di peso allo Stato, ai medici, ai farmacisti, e a tutta la società. Quindi ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni. Risparmierete sulle nostre quattro pensioni e vivrete meglio.


Sono “di sinistra e molto triste”, ma oggi leggo anche una bella notizia:


un barcone di migranti, con donne e bambini,  in balia delle onde e del vento per diversi giorni, a 60 miglia da Capo Spartivento in Calabria, dopo vari tentativi falliti,  è stato agganciato dalle motovedette della guardia costiera, intorno si sono fermati ben sette mercantili! Nessuno, questa volta, ha fatto finta di niente. Le operazioni di trasbordo dei migranti in luogo sicuro sono state di una efficienza straordinaria, tutti si sono salvati.


Proprio una bella notizia, finalmente!


Giovanni Cardinali, Slow-fi

 

Leggi tutto...

'Slow-Fi', la rubrica ecosostenibile a cura di Giovanni Cardinali. 19 novembre 2013

Martedì, 19 Novembre 2013 15:46

senza fissa dimora 2

 

Slow fi 37 del 19 novembre 2013


Fabio mi ha chiamato dalla radio, sabato mattina, in diretta, per un servizio sul cicloturismo.

Ero al salone e, nonostante la mia agorafobia, mi sentivo particolarmente a mio agio, appena ha chiamato  mi sono rifugiato nello stanzino dello stand della Federazione Italiana Amici della Bicicletta, per evitare il rumore di fondo che ogni fiera porta con sé.


Nel frattempo frotte di bambine e bambini, controllati con premura da maestre e genitori timorosi di perderli, correvano dalla gimkana con le biciclettine all’area delle fattorie didattiche dove si svolgevano lezioni pratiche per imparare a fare il formaggio o a cucinare piatti derivati da prodotti biologici.


Fabio mi ha detto che “sono migliorato”.

Mi sono sentito lusingato. I miei trascorsi sono da ingegnere “sovietico” ed ho vissuto molto nei cantieri.

Ho passato il mio tempo libero, prevalentemente in campagna e nei viaggi, molti a piedi o in bicicletta, senza considerare gli impegni di famiglia e le occasioni squisitamente culturali o movimentiste.


Ho replicato a Fabio con una considerazione banale:  ogni attività, dopo la prima fase di rodaggio, migliora man mano che aumenta l’esperienza.


Ho iniziato -da dilettante- questa trasmissione ero un fiume in piena, non riuscivo a controllare i tempi, mi impappinavo, poi mi sono dato un metodo: preparare prima un testo e leggerlo come se chi sta ascoltando fosse fisicamente vicino.


Ho voluto testimoniare soprattutto rapporti umani.  


Quando, per il mio lavoro, dovevo affrontare un procedimento di esproprio per pubblica utilità, cioè per costruire una scuola o una nuova strada, inizialmente ero molto sbrigativo e burocratico. Poi sono cambiato.

Potrei raccontare tante microstorie, emblematiche, con il fattore umano determinante per la mia formazione ecologista.


Ricordo un anziano pensionato di Bibbiena che curava un orto ai margini della ferrovia Arezzo-Stia, interessato da un esproprio per la costruzione della nuova variante stradale al centro abitato. Non ne voleva sapere di essere compensato sulla base del valore dell’area  tre volte di quella indicata dalle tabelle regionali, come previsto dalla legge, oltre ad una modesta indennità corrispondente alla perdita di quanto era già stato coltivato.

Sono riuscito a convincerlo, ma è rimasto impresso,  ancora oggi, il dispiacere di questo vecchio che non poteva più assaporare le sue patate.


Un’altra volta, proprio alla periferia di Arezzo, dovevo far eseguire dei sondaggi in collina per la protezione di una scarpata stradale instabile. Vado a parlare con la proprietaria, prima di ordinare il trasferimento delle macchine perforatrici.

Anche in questo caso mi trovo a parlare con un’anziana signora, vestita modestamente.

Faccio vedere l’area interessata dal lavoro, un terrazzamento incolto, per me “di nessun pregio”, chiedo un permesso di occupazione temporanea per eseguire i sondaggi.  La proprietaria si scaglia contro di me e il geologo che mi accompagnava, non ne vuol sapere niente. Non capisco l’ostinazione e me ne devo andare. Poi scoprirò che proprio lì, dove volevo operare,  era collocato il cimitero dei gatti di questa vecchietta, un luogo sacro per chi viveva in solitudine.  Ho fatto eseguire i sondaggi da un’altra parte.


Sono immerso in questi pensieri, provocati dalla sviolinata di Fabio, mentre scorro la cronaca locale e leggo che, nella notte di venerdì, il Parco del Pionta è stato interessato da un fatto orrendo, una lite fra senza fissa dimora, per accaparrarsi un posto in una tenda provvisoria e protetta dalla pioggia, è degenerata nel delitto di un uomo., a colpi di pietra!  Grande spazio, nei giornali, alla denuncia scandalistica sui luoghi del degrado e dei provvedimenti da prendere per “riqualificare” un’area della città, abitata, di notte, da umani infreddoliti e disperati. Arezzo come Leonia, la città immaginaria di Italo Calvino.


Nessuna considerazione sul fallimento dei servizi sociali e di un carcere che segrega e, una volta fuori, genera più disperati di prima …  sul fallimento dei rapporti umani in “un mondo usa e getta”, titolo di un libro di Guido Viale sulla civiltà dei rifiuti e sui rifiuti di una civiltà dove l’arroganza verso la natura si rovescia in arroganza verso il nostro prossimo.


Guido Viale è coautore di un libro che sono stato invitato a presentare, giovedì pomeriggio, presso la sala di Informagiovani in Piazza S. Agostino. In questo nuovo libro, a più mani, sostiene la necessità del cambio di paradigma verso la conversione ecologica, recuperando la “gentilezza verso le cose”, una premessa necessaria per essere gentili anche verso gli animali e gli uomini, perché come scrive in “Grammatica dell’Indignazione”, la conversione ecologica è “inscindibile da un cammino per la giustizia ambientale (verso la terra) e per la giustizia sociale (tra gli umani). Due facce dello stesso percorso”.


"Grammatica dell’Indignazione" contiene 24 saggi, bellissimi e profondi, di altrettanti autori, fra i quali Luca Mercalli, Maurizio Landini  e Stefano Rodotà.  

E’ stato curato da Livio Pepino, uno dei maggiori esperti del movimento NO TAV, e da Marco Revelli, da sempre impegnato per i beni comuni. Entrambi hanno assicurato la propria partecipazione alla presentazione del libro.


Vi aspetto giovedì  pomeriggio, alle ore 17, sala informa giovani, piazza S. Agostino.


Giovanni Cardinali, Slow-fi

 

 

“ … Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell'una e dell'altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano. Piú ne cresce l'altezza, piú incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d'anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai....‎”


Italo Calvino, "Le città invisibili"

 

Leggi tutto...

'Slow-Fi', la rubrica ecosostenibile a cura di Giovanni Cardinali. 26 novembre 2013

Mercoledì, 27 Novembre 2013 16:02

bici cassonetto

 

Slow-fi 38 del 26 novembre 2013


Il Comune di Arezzo ha costituito un gruppo di lavoro denominato “decoro urbano” con lo scopo di garantire lo sviluppo di un progetto, definito “trasversale”, per il decoro della città.


Venerdì scorso sono stato, per questo e per conto della FIAB, ad una riunione, insieme ai rappresentanti di altre associazioni, per la firma di “un protocollo di intesa per lo sviluppo e la diffusione di buone pratiche in tema – appunto - di decoro urbano”.


L’intesa fra associazioni e Comune ha diversi obiettivi:


- organizzare direttamente e sostenere iniziative annuali ricorrenti che riguardino interventi di decoro urbano partecipato,


- prendere cura e abbellire le aree verdi, spazi pubblici, aree private aperte al pubblico e alle aree limitrofe alle sedi istituzionali …


- contribuire a segnalare le criticità,


- promuovere e realizzare progetti educativi e didattici nelle scuole e azioni di sensibilizzazione di chi causa degrado

 

- promuovere la costituzione di un gruppo di eco volontari di supporto all’amministrazione per la raccolta differenziata dei rifiuti, la manutenzione …, e altro


Alla presentazione del progetto erano presenti gli assessori comunali all’ambiente e al sociale, che hanno esposto i temi prevalenti dell’accordo ai numerosi partecipanti, in rappresentanza di scuole, associazioni di volontariato, centri di aggregazione sociale e quartieri cittadini.


E’ seguita una vivace discussione che mi ha lasciato piuttosto perplesso.


Quasi tutti gli interventi erano incentrati sullo “sporco”, sugli ingombranti depositati  a casaccio presso i cassonetti e lasciati lì per diversi giorni, lattine e bottiglie di birra abbandonate nelle scalinate delle piazze e nei giardini, fogliame che intasa le fogne e altre osservazioni sullo stesso tema.


Un giovane, in rappresentanza di una università per stranieri presente nella nostra città, ha illustrato l’esperienza di una città americana dove i cittadini adottano i parchi e sono responsabili diretti della loro cura.


Tutti coloro che sono intervenuti hanno fatto osservazioni sensate e di stimolo ad iniziativi lodevoli di partecipazione dal basso, io, per gli amici della bici, ho fatto un intervento diverso.


A mio avviso la maggior componente del degrado nella nostra città e nella quasi totalità delle città del mondo è l’auto o, meglio, l’uso prevalente dell’auto nella mobilità urbana.


Avevo raggiunto il Palazzo comunale passando da Piazza S. Agostino dove un’auto nei giorni scorsi, impegnata in una manovra di retromarcia, ha abbattuto un colonnino in pietra collocato dirimpetto al sacrato della chiesa, proprio in piena area pedonale. Quell’auto, in quel posto, non doveva passare, ma sono decine le auto che, all’ingresso e all’uscita delle scuole, interessano questa area della città, recuperata da alcuni anni dal degrado della sosta selvaggia.


In questa piazza e, altrove, in corrispondenza dell’ingresso di scuole,  genitori iperprotettivi e frettolosi continuano a infrangere il divieto di transito pur di portare i propri bambini fino all’uscio, anche con auto orrendamente sovradimensionate come i  SUV con il rischio di causare incidenti gravi, mettendo in difficoltà i pedoni e senza considerare l’aspetto più rischioso: investire un bambino poco più alto del colonnino infranto in piazza S. Agostino.


L’auto, angelo e demone di questa lunga epoca bizantina al tramonto, invade ogni angolo della città, è parcheggiata in seconda e terza fila, invade marciapiedi e le strisce pedonali, dilaga in Piazza Stazione, frequentatissima da pendolari e viaggiatori.


Ed anche l’appello per la cura dei parchi e aree verdi, non ha avuto, in questa prima riunione, l’approfondimento che merita:


non è sufficiente fare opere elementari di giardinaggio, pulizia e abbellimento, occorre fare di questi spazi verdi occasioni permanenti di socialità e convivialità. Arezzo ha una norma di regolamento urbanistico inapplicata, quella che prevede la destinazione del 30% di un’area parco per gli orti sociali. La cura di un orto in un contesto di condivisione con gli orti dei vicini stimola la partecipazione continua ai ritmi della natura e non costituisce un evento episodico e ripetitivo come quello di spostare un ingombrante da un cassonetto.


Meno auto, più mobilità a piedi e in bici, … e più orti, questa è la mia proposta contro il degrado, per una città a misura di nonne/i e di bambine/i, cioè di tutte/i


Una eccessiva passione per la pulizia rischia di trasformarsi in una paranoia ossessiva con tutte le conseguenze del caso.  Abbiamo paesi  tutti lindi e ordinati, ma con la maggioranza degli abitanti xenofoba e razzista,  che, nello “sporco” include anche esseri umani, da respingere e trattare come rifiuti.  

 

Giovanni Cardinali, Slow-fi


Leggi tutto...

'Slow-fi', la rubrica ecosostenibile a cura di Giovanni Cardinali. 12 novembre 2013

Martedì, 12 Novembre 2013 13:28

 cicloturismo


Slow-fi 36 del 12 novembre 2013


Alcuni eventi importanti, per i prossimi giorni, durante i quali avrò il piacere di presentare scrittori e libri.


Avevo già parlato, alcune settimane fa, di Bici e radici, un negozio di Milano dove lavorano, fianco a fianco, meccanici di biciclette e appassionati di orti e giardini. Ad Arezzo sta per aprire, sia pure per pochi giorni, un salone in cui bici e radici saranno presenti in grande, e con un occhio dedicato al turismo dolce e alla scoperta dei territori.


E’ Agri@tour, il salone nazionale dell’agriturismo, con  le fattorie didattiche, luoghi ideali per una gita con i bambini e per poter scoprire come nascono i prodotti alimentari, come vivono gli animali e quali sono i mestieri della campagna.


Quest’anno, per la prima volta, abbiamo Cicl@tour, un salone tutto dedicato al cicloturismo, una forma di turismo che ci può portare dovunque,  lentamente, senza inquinare e con una formidabile capacità di creare relazioni con altri viandanti che si incontrano lungo il cammino, perché andare a piedi o in bicicletta, a differenza che viaggiare in auto o in moto, consente il ritmo giusto per fare amicizie durature e pensare in profondità.


Sabato 16 novembre alle ore 16, nello spazio dibattiti della FIAB, all’interno di Cicl@tour, presenterò tre libri, in un programma dal titolo eloquente “VIAGGIARE, PENSARE, SCRIVERE … in sella a una bicicletta”.


Nostri amici racconteranno i propri libri, pensati viaggiando in bicicletta.


Per primo, Fabio Masotti, Amici della Bici di Siena, da sempre un viaggiatore inquieto che non può stare assolutamente fermo per più di qualche giorno. Fabio racconta, nel libro Sarajevo ti entra nel cuore, alcune settimane di viaggio in Bosnia, dopo aver attraversato l’adriatico in nave.


Il libro evoca in più occasioni un nostro comune amico, Alexander Langer, un costruttore di ponti interetnici laddove la violenza cieca e genocidaria aveva provveduto a distruggere anche quelli, maestosi e bellissimi, in pietra, come il meraviglioso ponte cinquecentesco di Mostar.


"La più buona azione è costruire un ponte, così come il maggior peccato consiste nel metterci addosso le mani", così cita un antico detto bosniaco. Sono andato in bicicletta in Bosnia Erzegovina – mi ha dichiarato Fabio - per tentare di capire perché gli uomini, in quella terra, hanno distrutto i ponti, perché hanno incendiato le biblioteche, perché hanno devastato così tante città.


Poi, come tutte le altre volte che sono stato in viaggio bicicletta, per conoscere persone, altre culture, altre terre”.


Seguirà la presentazione del libro di Walter Bernardi, irreprensibile accademico tutto cattedra e biblioteca, già preside della facoltà di Lettere e filosofia all’Università di Siena, pratese, ma socio di FIAB - Amici della Bici di Arezzo, ci parlerà de La filosofia va in bicicletta. Socrate, Pantani e altre fughe.


Una carrellata di personaggi che vanno dall'antica Grecia, quando filosofi come Socrate giravano a piedi per le piazze delle città per interrogare la coscienza della gente, al ciclismo contemporaneo, dove spesso la lotta per il successo ha portato a tragici risultati. Però, come ricorda sempre Alfredo Martini - un campione del ciclismo eroico - , in bicicletta più si pedala e più si pensa. Filosofi e ciclisti pedalano nella stessa direzione; e quindi oggi più che mai un messaggio di speranza per le nostre inquietudini può venire proprio dalla vecchia, cara bici.”

 

Infine, il libro di un nostro amico pellegrino e autenticamente credente, tant’è che ogni volta che facciamo gite di gruppo che comprendono il sabato e la domenica, mi ricorda sempre della sua necessità di trovare il tempo di andare a messa e raccogliersi in meditazione e preghiera. La prima volta insieme, dopo che aveva espresso questo suo desiderio, l’ho guardato un po’ storto, lui mi ha risposto dolcemente “…d’altra parte a te e ad altri vegetariani si è pensato e, per pranzo e cena, il ristorante offrirà menù diversi e appropriati. Ho incassato, senza fare una grinza!  


Parlo di Pier Angiolo Mazzei, FIAB Valdinievole, ha percorso diverse volte la via francigena, a piedi e in bici, da Canterbury a Roma, un viandante che si è messo in viaggio con una meta e con le stesse necessità dell'epoca medioevale: “prima di tutto viene la necessità di procurarsi cibo e alloggio, con gli elementari servizi collaterali (lavaggio indumenti, piccola farmacia,  poi la difesa dai predoni, ieri come oggi appostati lungo le strade (un modestissimo pasto in trattoria 40 euro!), la sicurezza stradale che ha visto i lupi e gli orsi, dai quali il pellegrino poteva tentare di difendersi usando il bastone ferrato, sostituiti da rombanti autotreni contro i quali non c'è bordone che valga.”


Sabato prossimo chiuderà la presentazione dei libri raccontando il suo viaggio “Da Roma a Gerusalemme... in bicicletta, Diario di viaggio di un anziano ciclista curioso che, senza mezzi di appoggio o prenotazioni, ha attraversato Italia, Grecia, Turchia, Siria, Giordania, Israele raccogliendo sensazioni e immagini di luoghi e persone”.


Quando sono sceso a Damasco, scrive Pier Angiolo, nella cripta del santo ortodosso Anania, quello che ha reso la vista a San Paolo, ho visto un muro di sassi nel quale i fedeli infilavano dei bigliettini come richieste di grazie. Ho pensato di farlo anch’io e ho pensato a cosa chiedere. Poi mi sono detto: se sono qui è perché ho abbastanza salute, pace familiare e risorse economiche. Ho scritto: ‘Grazie, Signore, non ho bisogno di nulla’”.


Grande! … Pier Angiolo, sono convinto che oggi faresti una richiesta di grazia per i bambini di Damasco.


Giovanni Cardinali, Slow-fi

 

Leggi tutto...