Slow-Fi

In onda su Radio Wave la rubrica ecosostenibile di Giovanni Cardinali

 

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Va in onda su Radio Wave International il martedì alle ore 9:45 e in replica alle 13:45.

'Slow-Fi', la rubrica ecosostenibile a cura di Giovanni Cardinali. 24 giugno 2014

Martedì, 24 Giugno 2014 11:20

martin pescatore

 

Slow-Fi 19 del 24 giugno 2014


Per chi crede alla religione della terra e rifugge dall’idolatria del cemento ci sono degli eventi nella natura che marcano il passaggio meraviglioso da una stagione all’altra. I più classici una volta erano l’arrivo delle rondini nel mese di marzo, il giorno di San Benedetto, che annunciava la primavera e la comparsa delle lucciole, in giugno, all’arrivo dell’estate.


Pare che le prime non siano più numerose come un tempo ed anche le seconde hanno diradato la propria presenza nella notte delle campagne, addirittura si parlava di “scomparsa delle lucciole” a causa della chimica in agricoltura e deicambiamenti climatici. Ma anche quest’anno, le lucciole, sono apparse con le loro lucine intermittenti e  traiettorie casuali, mentre volano verso la parte alta del bosco.


Nel marzo del 1990 ebbi l’occasione di incontrare Giovanni Michelucci, un grande dell’architettura moderna, il progettista della stazione di Santa Maria Novella e della Chiesa dell’Autosole, appena in tempo prima della sua scomparsa, pochi mesi dopo, alle soglie dei cento anni di età. Ero, in quel periodo, impegnato nel progetto di eliminazione delle barriere architettoniche al Palazzo del Governo di Arezzo, altra sua pregevole opera.


Arrivato presso la sua abitazione privata, a Fiesole, una bella casa con vista panoramica sulla città di Firenze dominata dalla cupola del Brunelleschi, il segretario personale Guido De Masi mi chiese con estrema dolcezza di pazientare un po’, in attesa che il maestro si liberasse dall’incanto determinato dalla prima lucertola che, piano piano, uscendo dalle fessure di un muretto a secco, usciva dal letargo invernale e si poneva immobile al primo tiepido sole primaverile. Il maestro stava lì, impassibile, quasi in adorazione.


Ecco! Con questa visita a Giovanni Michelucci ebbi, per la prima volta nella mia vita, la sensazione che non sono solo le rondini ad annunciare la primavera e nemmeno le lucciole sono uniche ad anticipare il solstizio d’estate. Ci sono anche le lucertole e altri animali e insetti dei campi, assieme ad una grande varietà di erbe, arbusti e piante che, con fiori e frutti, ci parlano del cambio di stagione e ci coinvolgono emotivamente.


A monte del mio orto c’è uno stagno, l’acqua non è mai mancata a memoria di contadino, le ultime due estati, però, sono state critiche, a settembre si è prosciugato. Addio tritoni, salamandre e rane! Invece no! A primavera sono ritornate nello stagno, chissà dove si erano nascoste!? E’ riapparso il pipistrello che abita nelle fessure dei vecchi alberi del bosco o in capanne abbandonate …


Soprattutto sono rimasto incantato, come Giovanni Michelucci con la lucertola di primavera, da una biscia d’acqua che, puntuale, proprio verso il 21 giugno di ogni anno e senza disdegnare la vicinanza di una rana che gracida in continuazione, sta immobile sulla superficie dello stagno, nella zona più assolata, mimetizzandosi con la lanugine verdastra che protegge le piccole uova degli anfibi.


Vicino alla vecchia porcilaia è ritornato il riccio a mangiare, nottetempo, i croccantini dei gatti, a spregio firma la propria presenza lasciando, accanto al vassoio, uno stronzino di cacca lucida e nera.


Eppoi ho scoperto che un rospo si è fatto un appartamentino tutto suo nel vaso del basilico, in mezzo a tre piantine, esce la notte e rientra all’alba, quello del basilico è il vaso più annaffiato, quindi il più umido dei tanti allineati davanti a casa, quelli delle piante aromatiche, la salvia, l’origano, la maggiorana, l’erba cipollina, …


In  questo inizio estate ho subito solo una delusione nelle mie osservazioni naturalistiche: domenica 22, con gli amici della bicicletta, sono andato da Arezzo all’oasi di Bandella dove ci aspettava il barcone della cooperativa Alcedo guidato da Alessandro per una escursione lacustre.


Non vedevo l’ora di rivedere lo scatto da una riva dell’Arno del martin pescatore, che vola a pelo d’acqua per decine di metri in pochi secondi, ma, questa volta, si è negato, meno male che Alessandro ha raccontato una storia che non sapevo: il martin pescatore nidifica in cunicoli sottoterra, lunghi oltre un metro per proteggere se stesso e i piccoli dai predatori.


Questa estate sentirò un'altra mancanza: mi mancherà l’Arena Eden! Ci saranno i concerti di 'Arezzo Wave' e di 'Oriente e Occidente', ma non esisterà più il cinema all’aperto. Aspettavo di vedere un film, da vedere proprio sotto le stelle, “Le Meraviglie”, che ricostruisce la bellezza e la fatica della vita in campagna, poco prima che la televisione iniziasse a contaminare la vita agreste.


Avrei rivissuto il silenzio della notte addormentandomi su un materasso all’aperto come accade sullo schermo.


Non sarà possibile: ad Arezzo la mercificazione dei luoghi urbani non sopporta cinema nel centro storico.


Il mondo sta per finire”, sostiene, con voce spiritata, il padre agricoltore protagonista del film di Alice Rohrwacher, premiato a Cannes.


Non voglio crederci, siamo ancora in tante/i a non arrendersi, per costruire un nuovo modo di vivere e di pensare.

 

Giovanni Cardinali, Slow-Fi

 

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'Slow-Fi', la rubrica ecosostenibile a cura di Giovanni Cardinali. 17 giugno 2014

Martedì, 17 Giugno 2014 17:39

acquedotto vasariano3

 

Slow-Fi 18 del 17 giugno 2014


Abbiamo un dissesto idrogeologico che arriva alle periferie delle città, in un ambiente agricolo e forestale irriconoscibile, abbiamo i fondovalle cementificati da piazzali, ipermercati, multisala, case non occupate e capannoni sfitti da anni, abbiamo piccoli paesi collinari e montani senza più servizi postali e botteghe, chiese e canoniche con tetti pericolanti e cedimenti strutturali che ramificano le proprie lesioni fino ad interessare preziosi affreschi e sculture.


E’ tutto visibile, tutto evidente, tutto denunciato da tempo.


Non sono rinviabili la manutenzione del territorio, l’agricoltura di presidio, la necessità della “rigenerazione” delle periferie urbane, la messa in sicurezza di scuole e di luoghi di culto in zone ad alto rischio sismico, e, soprattutto, una politica urbanistica a sviluppo edilizio zero perché l’ambiente costruito per abitazioni ed altri usi supera di gran lunga le necessità di una popolazione ormai stabile o quanto meno a basso tasso di crescita.


Nei centri storici dovrebbero ritornare gli artigiani, abili nel riuso di oggetti destinati altrimenti al rifiuto, conciliando il rispetto delle normative di sicurezza con la possibilità di fare produzioni di qualità, le città hanno un disperato bisogno di infrastrutture per la mobilità dolce per l’aumento crescente di cittadini che si muovono a piedi o in bici.


Non fa più notizia, è un dato acquisito che le grandi opere hanno contribuito ad amplificare la corruzione e lo sviluppo di attività mafiose ben oltre i luoghi storici della criminalità organizzata, fino ad arrivare anche nella nostra provincia.


Contro questa follia sparute minoranze stanno sostenendo da tempo l’ineluttabilità di un cambio di paradigma, orientato ad una vita più sobria, alla scelta di una nuova politica industriale ed energetica rispettosa dell’ambiente, con l’indirizzo di conciliare le migliori tradizioni del passato con le nuove tecnologie un po’ in tutti i settori … ma il messaggio non passa, la riconversione ecologica è ben lungi dall’essere socialmente accettabile.


Negli anni Sessanta, dichiara un contadino e filosofo che cito spesso nelle mie trasmissioni, Pierre Rabhi, per liberarsi dalle fatiche della terra “l’Europa ci proponeva un modello glorioso, grandioso. Qualcosa che ci prometteva di cambiare in meglio le nostre vite … tutto fondato sull’uso del petrolio e, in realtà, il bilancio tra lo sfruttamento delle risorse e ciò che si è prodotto è stato negativo. Su questo paradigma illusorio si è costruito poi un grande malinteso, perché ora tutti i popoli dei Paesi emergenti vogliono fare come noi, ma non ce la potranno fare”.


L’urbanizzazione ha creato un universo limitato e tutti si sono dovuti adattare, ma in quell’universo non c’è più il fondamento della vita. Abbiamo creato un mondo parallelo senza natura e ora la gente non la comprende più.


Faccio parte di una minoranza che alimenta uno dei tanti focolai di resistenza al degrado e alla disumanità e sono orgoglioso di parlare a questa radio, che, con difficoltà, affronta quotidianamente i temi principali del cambio di paradigma. Sabato scorso ho risposto indignato ad una telefonata di Fabio che mi chiedeva un parere sull’intenzione della Diocesi di Arezzo, avallata da una richiesta di variante urbanistica al Comune, di costruire, nell’area compresa fra l’acquedotto vasariano e il cimitero monumentale, altri palazzi, piazzali e infrastrutture viarie, senza peraltro prevedere demolizioni di volumi equivalenti e conservare la permeabilità dei suoli.


Per fare cosa? Un nuovo centro parrocchiale come se nelle vicinanze non esistessero numerose altre chiese, complessi religiosi, monastici, centri di aggregazione sociale e impianti sportivi.


Sono nettamente contrario da più punti di vista e, dal punto di vista di Pierre Rabhi, intervistato ieri da Carlo Petrini,  per la campagna sui diecimila orti in Africa:  è molto meglio utilizzare quelle aree incolte alla periferia della città, per farci degli orti sociali e portarci i bambini della scuola dell’obbligo e affascinarli, concretamente, al mistero della natura e della vita.


Infine da un punto di vista mio personale, molto particolare, quello del ciclista urbano, voglio ricordare che, mentre si progetta queste nuove opere che ritengo ridondanti rispetto alla disponibilità di edilizia esistente da recuperare e riqualificare per gli stessi usi, mentre si pensa a nuove infrastrutture viarie in un contesto paesaggistico unico,  la nostra città ha altre priorità, non dispone ancora di una rete ciclabile realmente funzionale e ben segnalata, di idonei servizi per la mobilità lenta e l’accessibilità sicura alle scuole, ha una stazione ferroviaria che fa schifo, non in grado di accogliere degnamente viaggiatori e viandanti, infine. questa città,  non ha ancora risolto la prevenzione dal rischio di allagamenti delle aree altamente vulnerabili ai piedi delle colline.


C’è una battuta nell’opera di Bertold Brecht in cui si narrano le vicende di un povero mugnaio che si batte contro l’imperatore per un torto subito che oggi mi piace ricordare:  “Ci sarà pure un giudice a Berlino?

 

Giovanni Cardinali, Slow-Fi

 

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'Slow-Fi', la rubrica ecosostenibile a cura di Giovanni Cardinali. 20 maggio 2014

Martedì, 20 Maggio 2014 11:48

Paterna-39

 

Slow-Fi 16 del 20 maggio 2014


La fattoria di Paterna, alle pendici del Pratomagno, fra l’antica strada dei setteponti - che marca i margini del vecchio lago pliocenico - e Valdarno, è stata una delle prime cooperative agricole nata dalle speranze di rivolta e di cambiamento degli anni settanta del secolo scorso. Intorno alla casa colonica, sono coltivati più di quindici ettari di terreno con vigneti, oliveti e ortaggi, a produzione biologica, da circa quaranta anni.


Nella nostra provincia sono presenti tantissimi agriturismi, molti corrispondono più ad un modello di ospitalità rurale e non tutti offrono spazi per passeggiare, conoscere le piante, raccogliere i prodotti di stagione. Paterna, al contrario, è un modello esemplare di agricoltura di presidio ed ecosostenibile, da questa esperienza e grazie a Marco, uno dei fondatori della cooperativa, è nato il Mercatale di Montevarchi, per la vendita diretta dai produttori ai consumatori e punto di riferimento per i gruppi di acquisto solidale.


Venerdì sera la fattoria è stato il luogo di un incontro organizzato da Libera sul tema della “religiosità della terra”, il titolo di un saggio presentato dal filosofo Duccio Demetrio, che ha fondato e dirige la libera università dell’autobiografia e la scuola di ecologia narrativa di Anghiari.


Il contesto in cui si è svolto l’incontro è stato ideale per creare uno spazio meditativo, lontano dal rumore della città, immerso nel verde e nei campi coltivati, e, nel silenzio, si potevano ascoltare i brusii ed i rumori di fondo del mese di maggio, il più vivace dei mesi dell’anno.  


Duccio Demetrio ha parlato della necessità di una fede civile per la cura del mondo, che possa accumunare credenti e non credenti, a partire dalla terra che, almeno fino a pochi decenni fa, si imparava a conoscere fin da bambini.


I contadini, una volta, “assaggiavano”, letteralmente, la terra e, successivamente, decidevano qualità e quantità delle concimazioni e delle semine. Poi questo rapporto si è perso, ha preso il sopravvento la chimica, si sono risolti i problemi di fame e di malattie endemiche, ma si è persa una dimensione dello spirito, il piacere di toccare l’inanimato dei sassi e delle argille, di percepire gli odori del suolo, di ascoltare i rumori della natura, di osservare gli uccelli che fanno da tramite fra il cielo e la terra.


L’infanzia metropolitana, oggi, è la più contagiata dalla mancanza del contatto con la terra ed è raro trovare una infanzia meravigliata dallo stupore che deriva dal contatto con la natura, per guardarla, sia quando fiorisce che quando avvizzisce.


La religiosità della terra, ha concluso Demetrio, “non è una devozione neopagana e nemmeno un culto. E’ un modo di sentire umano tra i più immediati e istintivi. E’ meraviglia, commozione, sgomento dinanzi al manifestarsi della natura in forme molteplici e discordanti: bellezza sublime, supremazia, indifferenza”.


L’incontro è proseguito con numerose testimonianze, di altri relatori e dei partecipanti.


Antonio era venuto apposta da Polistena, a rappresentare l’esperienza della cooperativa Valle del Marro – Libera Terra che ha strappato le terre abbandonate della piana di Gioia Tauro al nichilismo mafioso, per riportare un paesaggio boschivo e forestale nell’originario e fiorente paesaggio agricolo di una volta, per “aiutare la natura a raccontare il riscatto e la giustizia”, perché “la religiosità della terra – ha proseguito nella sua riflessione – è pratica (produce frutti), è estetica ed educativa ed è fonte di giustizia sociale”.


Ha rincarato la dose Daniele, dell’azienda agricola Sàgona di Loro Ciuffenna, uno che è passato dal social forum di Firenze del 2001, quando si gridava che “un altro mondo è possibile”, ad esperienze cosmopolite dal Chiapas all’Africa, fino a riapprodare al mondo del nonno mezzadro, “un altro mondo, né più bello, né più brutto, ma molto vicino alla terra, e a me piaceva annusava, soprattutto il venerdì - il giorno dei fagioli - la contadinità”. Ha chiuso il suo appassionato intervento così: “quando uno smartphone ha più appeal di un pomodoro è un casino!


Dopo di lui Marco, con la sua esperienza sulla diffusione degli orti, un anziano ex-mezzadro dei Pianacci di Bucine, ancora dispiaciuto per la scomunica ricevuta da comunista negli anni cinquanta, mentre si batteva per la terra e migliori condizioni di vita nelle campagne; poi Giordano di Reggello che ha scelto di fare il contadino e ha ripreso a fare il grano che nasce con i fiordalisi.


Tanti interventi proiettati all’amore per la terra, ad una religiosità che può diventare fede civile, responsabilità collettiva e personale, che condivido, da non credente, perché battersi per il cambio di paradigma, sostenendo solo obiettivi politici, come il passaggio alle fonti rinnovabili, all’agricoltura biologica e alla manutenzione del territorio, non serve a niente se non si recupera questo rapporto spirituale con la natura, il paesaggio e l’ambiente, cioè con la terra.

 

Giovanni Cardinali, Slow-Fi


(nel disegno il logo della fattoria di Paterna, gc)

 

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'Slow-Fi', la rubrica ecosostenibile a cura di Giovanni Cardinali. 3 giugno 2014

Giovedì, 05 Giugno 2014 15:24

 locomotiva a vapore

 

Slow-Fi 17 del 3 giugno 2014


Una vecchia locomotiva ha sbuffato, tutto il giorno, domenica, in Valdichiana.


Viene chiamata “la Signorina” perché molto elegante e raccolta, costruita dalle Officine Breda nel 1909.


Una signorina ultracentenaria, una delle macchine a vapore che i volontari del Dopolavoro Ferroviario di Arezzo hanno a disposizione per il “Treno dei sapori”, un programma di tempo libero per assaporare storia, gastronomia, arte e natura nelle valli aretine, utilizzando una delle ferrovie più belle della Toscana, a semplice binario, da Arezzo a Sinalunga e da Arezzo a Stia in Casentino.

 

L’evento di domenica è stato più esaltante del solito. Gli amici della bici hanno “collaudato” una carrozza speciale, un vecchio carro merci del secolo scorso. FIAB, in collaborazione con il Dopolavoro ferroviario, ha progettato un sistema per il trasporto bici in questo carro merci, abili ferrovieri hanno prima ripulito e restaurato i componenti in ferro e in legno e, successivamente, hanno adattato l’interno con agganci e fermi per l’alloggiamento di trentadue di biciclette di ogni tipo.

 

Così, subito dopo pranzo, alla stazione centrale di Arezzo, primo binario, un bel convoglio, dominato da una nerissima e lucida macchina a vapore modello 640 e costituito da carrozze passeggeri storiche denominate “cento porte”, era in attesa dei ciclisti che si erano prenotati per una gita classificata “facile”, cioè alla portata di tutti, genitori con bambini e ciclisti urbani non abituati a lunghe percorrenze.

 

Concluse le operazioni di deposito bici e di salita dei passeggeri in treno, “la Signorina” ha iniziato a invadere di nerofumo e di vapore la stazione, quindi ha fatto partire il convoglio; all’interno delle vetture si sentiva bene il ritmo degli stantuffi e l’alternarsi del sistema a biella/manovella che dà il moto circolare alle enormi ruote di ferro;  grandi scossoni, in uscita dagli scambi, facevano traballare i passeggeri non abituati ai sedili di legno delle vetture di terza classe.

 

La vettura di prima classe non differisce molto da quelle odierne, salvo il portellone in mezzo allo scompartimento, nelle vetture di seconda e terza classe ad ogni coppia di sedili e sovrastante portabagagli, sempre in legno, corrisponde una porta con scalini all’esterno adatta per uscite solo acrobatiche.

 

Il viaggio fra Arezzo e Monte San Savino, con fermate intermedie alle stazioni di Pescaiola, S. Giuliano, Badia al Pino-Civitella, è stato indimenticabile, soprattutto per chi lo faceva la prima volta, ed è stato emozionante vedere la gente alle stazioni e ai passaggi a livello che salutava con la mano e il macchinista, in risposta, faceva scattare il classico fischio a vapore assieme a sbuffi di fumo nero e puzzolente dal camino.

 

Il panorama della Valdichiana e delle colline circostanti era di un verde intenso, interrotto da macchie gialle di ginestra, e la lunga scia dei fumi della locomotiva oscurava il cielo azzurro e le poche nubi presenti.

 

Durante il viaggio, sia in andata che in ritorno, dopo una bella gita in bici che ha raggiunto Uliveto, mi sentivo in contraddizione con me stesso e incoerente: il bilancio energetico e ambientale di questa gita è stato assolutamente negativo, la fuliggine di carbone sollevata dal treno in velocità e il volto annerito dei miei amici ferrovieri mi ricordavano epoche tragiche, però questa trasgressione ai miei principi mi ha dato l’opportunità di assaggiare il secolo, e oltre, della prima rivoluzione industriale.

 

E’ stato il secolo del carbone e dell’utilizzo sfrenato di energia da combustibili fossili dal quale ancora non riusciamo a venirne fuori. Ma questi pensieri un po’ cupi sono scomparsi quando, particolarmente euforico e divertito, scherzando con i compagni di viaggio, ha preso il sopravvento il ricordo di film, libri e canzoni su treni e locomotive del passato...


…a partire dal primo film muto dei fratelli Lumiere quando appare una locomotiva in primo piano sullo schermo e gli spettatori spaventati fuggono dalla sala, oppure il Dottor Zivago al finestrino del treno, in una notte glaciale, mentre si affaccia sulla tundra innevata e pensa a Lara, … e Anna Karenina con i suoi treni tragici.


Come non ricordare Corto Maltese, in viaggio lungo i freddi binari della transiberiana, due anni dopo la rivoluzione russa, sulle tracce del tesoro dello zar, sferzato dal vento gelido dell’inverno più aspro. Ma più di tutti ho ricordato “C’era una volta il west” di Sergio Leone, immenso poema epico sulla fine di un'epoca: la locomotiva che avanza, man mano che vengono costruiti i binari, rappresenta la nuova civiltà che è destinata a spazzare via in poco tempo il West e la sua epopea, i suoi scenari selvaggi e i suoi personaggi rudi e solitari.  


Per finire un film del 1999, “Train de vie”, un treno per la vita: per sfuggire ai tedeschi, tutti gli abitanti ebrei di un villaggio rumeno organizzano un falso treno di deportazione, ricoprendo tutti i ruoli necessari, gli ebrei fatti prigionieri, i macchinisti, e anche i nazisti in divisa. Così riescono a passare diversi confini e a sfuggire allo sterminio.


E non solo film ma anche canzoni: "come i treni a vapore, di stazione in stazione…” di Ivano Fossati  e  Francesco Guccini:  "la locomotiva sembrava fosse un mostro strano, … sembrava avesse dentro un potere tremendo, la stessa forza della dinamite, … Ma un' altra grande forza spiegava allora le sue ali, parole che dicevano "gli uomini son tutti uguali" e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via la bomba proletaria e illuminava l'aria la fiaccola dell'anarchia, …"

 

Scusate se non è poco, il giorno dopo una sfilata militare, in perfetto stile novecentesco e alla presenza di un presidente del consiglio abituato a portare una divisa fin da piccolo.


Giovanni Cardinali, Slow-Fi

 

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'Slow-Fi', la rubrica ecosostenibile a cura di Giovanni Cardinali. 13 maggio 2014

Martedì, 13 Maggio 2014 17:14

chi pedala e legge libri

 

Slow-Fi 15 del 13 maggio 2014


In Italia si legge poco, troppa televisione ed una scuola oggi più attenta ai tablet che ai libri. Siamo fra le nazioni meno evolute anche per la lettura di giornali e riviste. Eppure il festival del libro di Torino è stato visitato da 340 mila visitatori.


Curzio Maltese, in un suo servizio, ha registrato “l’allegria del pubblico. Una maggioranza compatta di donne e giovani … non troverete nessun grande evento culturale del mondo, festival della letteratura, o del cinema, o del teatro, con un pubblico tanto giovane e tanto femminile … generazioni cresciute in mondi virtuali, navigatori precoci di twitter, e facebook, … che pure sono capaci di incantarsi ancora davanti ad un libro da sfogliare, leggere, amare…”.


Anche nella nostra città abbiamo testimoniaenze di questa passione, ed è visibile ogni qualvolta c’è l’occasione di presentare un libro con il proprio autore.


Domenica mattina, ultimo giorno del salone di Torino, mentre ero impegnato nella gioiosa pedalata di 'Bimbimbici' nel centro cittadino, centinaia di bambini e bambine con i propri genitori, ho ricevuto sul cellulare un messaggio con foto.


Era l’immagine di un bancone all’interno di un salone di una grande libreria con un cartello in evidenza dove era scritto a caratteri cubitali: "CHI PEDALA E LEGGE LIBRI CAMBIA IL MONDO".


Non potevo ricevere messaggio più bello, proprio in quel momento, circa le undici, mentre ero fermo, in coda ad un serpentone di ciclisti urbani, grandi e piccini, che si era fermato occupando tutto lo spazio stradale compreso fra piazza Guido Monaco e il parco Pertini; nel frattempo un babbo, sicuramente cosmopolita e ben informato, di fronte a tante persone in bicicletta e senza alcuna auto in circolazione, mi stava dicendo che uno spettacolo del genere non farebbe notizia in Austria e mi riportava l’esperienza fatta a Salisburgo, la città di Mozart, dove, ogni giorno si vedono circolare più ciclisti che automobilisti.


Finita la manifestazione sono rientrato in campagna, piante aromatiche e fiori erano in attesa di essere innaffiati, non piove da alcuni giorni e per questo si va più volentieri a passeggio, in piedi o in bicicletta, ma alcune piantine vanno subito in sofferenza e rischiano di deperire in modo irreversibile.


Man mano che mi avvicinavo all’orto e al giardino, vedevo tanti miei vicini all’opera, probabilmente da diverse ore, chi zappava o vangava, altri mettevano a dimora pomodori e insalate, altri toglievano manualmente le erbacce, che poi non sono così malvage e forse è più corretto chiamarle erbe indesiderate cresciute intorno agli ortaggi.


I più rumorosi di questi vicini erano alle prese con  motozappe, decespugliatori e tagliarba, ovunque un brulichio di agricoltori domenicali, alcuni di loro erano fermi in conversazione, probabilmente si consigliavano a vicenda per avere i migliori risultati dall’orto.


Anch’io mi sono fermato a parlare con Luciano e ho chiesto consigli se era il momento di piantumare anche le melanzane. Luciano con viso pensieroso e occhi al cielo, dopo una pausa in silenzio, mi risponde da saggio: "La luna è crescente, si può aspettare qualche giorno, ma non troppo".


Sono arrivato in ritardo per innaffiare e mi sono sentito un po’ in colpa, nello stesso tempo ho ripensato a quella foto che avevo ricevuto e mi sono ricordato che mancava qualcosa, a quella frase sul cartello esposto in libreria avrei aggiunto altre parole, per uno slogan più completo:


CHI PEDALA, LEGGE LIBRI E TIENE UN ORTO O UN GIARDINO CAMBIA IL MONDO.


Ho osservato le piante aromatiche e in attesa del pranzo, ho finito di leggere Indagine sul ventennio di Enrico Deaglio. Per completare la mattinata e rispettare lo slogan che mi ero dato mi mancava, appunto, di leggere un libro. Ero arrivato all’ultimo capitolo. Impressionante! E’ la storia degli ultimi vent’anni, di come il nostro paese, proteso su un mare che è diventato un grande cimitero di poveri migranti, è stato irretito ed anestetizzato dai governi sostenuti dalla mafia.

 

Giovanni Cardinali, Slow-Fi 

 

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